Vai all'homepage Vai alla pagina della mappa del sito Vai alla pagina del motore di ricerca interna al sito Vai alla pagina della guida e dichiarazione di accessibilità Vai all'inizio della pagina

Vai all'inizio della pagina
Home>Canali tematici>Cultura, sport e tempo libero>Multiplo>Vivi il Multiplo! Iniziative e corsi
  • pag21.jpg

Pagina21 - Il Gruppo di lettura del Multiplo

Ogni primo giovedì del mese un variegato popolo di lettori si incontra al Multiplo per discutere di uno o più libri scelti insieme e letti nel mese precedente. È il gruppo di lettura Pagina21!

Partecipare a un gruppo di lettura stimola la lettura (anche di storie che all’apparenza non interessano) ed è un buon modo per socializzare e rompere la timidezza mettendosi in gioco. Ci permette inoltre di leggere un libro con gli occhi degli altri perché i componenti del gruppo possono sottolineare cose che uno non ha notato, dare interpretazioni diverse di simbologie o comportamenti dei personaggi, o anche avere opinioni o pareri non affini ai propri.

La formula è semplice: una volta al mese, un libro protagonista viene commentato da un gruppo di appassionati della pagina scritta o di semplici curiosi. Ogni volta è annunciata la lettura del libro successivo. L'ingresso è libero.

Due fasce d'orario per consentire a tutti di ritagliarsi il tempo di partecipare, si può scegliere a quale gruppo patrecipare di volta in volta, in base alla preferenza di orario o di libro scelto.

Giovedì 6 settembre 2018,
ore 18.00-20.00
Il minotauro, di Benjamin Tammuz
Risultati immagini per minotauro tammuz
ore 20.30-22.30
Quel che resta del giorno, di Kazuo Ishiguro
Risultati immagini per quel che resta del giorno

Giovedì 2 Agosto 2018, 
ore 18.00-20.00:
Rivoglio la mia vita, di Veronica de Laurentiis
Risultati immagini per rivoglio la mia vita libro e/o 2006
Per la prima volta il gruppo delle ore 18.00 si è cimentato in una autobiografia: storia vera, documentata anche dalle carte processuali, di Veronica De Laurentiis, figlia di Dino e di Silvana Mangano, cresciuta in un mondo ovattato ma privo di affetti, timidissima e sola, quasi vittima predestinata di diverse figure di carnefici che non ne hanno avuto pietà, in una perfida spirale senza uscita, a partire dai genitori stessi per arrivare agli uomini che segnarono la sua vita con la loro violenza e crudeltà. Tutti i lettori hanno apprezzato il coraggio e la forza con cui Veronica ha scelto di raccontare questa tragica storia, riuscendo anche a far condannare il marito che aveva abusato delle due figliolette. Oltretutto la tremenda vicenda è una prova lampante che dimostra come la violenza sulle donne attraversi tutte le situazioni e classi sociali, anche quelle più “insospettabili” quale potrebbe essere la famosa famiglia del cinema italiano. Tuttavia, a parere unanime del gruppo, diverse ragioni e perplessità fanno sì che il libro non sia piaciuto o comunque sia stato ritenuto non convincente dal punto di vista narrativo: il racconto non cattura, non si crea empatia tra la narratrice e i lettori che rimangono come distaccati, freddi, probabilmente perché la qualità della scrittura (coautrice è Anne Strick) non é elevata e lo stile è abbastanza scadente, forse anche perché si tratta di traduzione dall’inglese. Molto accesa è stata la discussione sulla “veridicità” della storia che, pur essendo certa, durante la lettura è stata spesso messa in dubbio dal lettore che ne coglieva la paradossalità, l’eccesso, l’incredibilità…pur nella consapevolezza che le storie di violenza sulle donne (vedi caso Asia Argento) suscitano sempre reazioni simili. Non ci sono pagine particolari da segnalare, se non alcune efficaci descrizioni di Silvana Mangano, come quella in cui è mollemente adagiata sul letto e copre la lampada con una sciarpa di chiffon. Le perplessità maggiori del gruppo riguardano il finale del libro, ovvero quella sorta di lieto fine in cui Veronica riprende in mano la sua vita…grazie a un uomo! Quello giusto, stavolta!? Ma tutti noi in verità ci saremmo attesi una rinascita personale di ben altro genere, una presa di coscienza di Veronica indipendentemente da qualsiasi marito, perciò un epilogo tanto banale è sembrato povero anche come messaggio conclusivo.
 
ore 20.30-22.30:
La novella degli scacchi, di Stefan Sweig
Copertina anteriore
Le pagine, poche ma molto intense, della novella hanno regalato una vertigine a tutti i lettori. La tensione si mantiene costante per tutta la lettura e tutti siamo stati catturati dall’enigmatico dottor B. e dal racconto della sua esperienza di estrema resistenza. Si procede catturati nella lettura proprio per scoprire e comprendere come sia riuscito a salvarsi dalla prigionia e dalla pazzia e, contemporaneamente, per seguire la sfida a scacchi con l’avversario, il campione professionista grezzo e ignorante. Alcune pagine sono state talmente apprezzate per l’efficacia e la forza stilistica che le abbiamo condivise leggendole ad alta voce. In particolare la pagina in cui il dottor B., prigioniero e isolato dal mondo da mesi, ruba dalla tasca della giacca di uno degli ufficiali un libro che contiene centocinquanta memorabili partite di scacchi disputate dai più forti giocatori del mondo. Molto intensa e angosciante anche la pagina in cui è descritta la prigionia del dottor B. in una stanza d'albergo in cui non c’è assolutamente nulla, dove l'unico contatto con il mondo esterno era scandito dai periodici interrogatori. Questo metodo raffinato di tortura psicologica a cui è sottoposto il dottor B. è un aspetto del nazismo che non ci era conosciuto e ci ha molto impressionato. L’autore ha inserito nella breve novella davvero molti temi, con un equilibrio mirabile: l’oppressione, il potere dei libri e degli scacchi (e quindi dell’intelletto e della cultura) come strumento di salvezza ed evasione, l’acuta e moderna analisi psicologica dei personaggi, la descrizione perfetta di uno stato di paranoia, la contrapposizione simbolica tra due uomini che incarnano due visioni del mondo opposte. Zweig racconta e descrive tutta questa complessità con grande chiarezza, con un linguaggio preciso e uno stile piano e apparentemente semplice. Abbiamo ripercorso la storia personale di Zweig, scrittore e intellettuale austriaco di enorme successo, ebreo, europeista, umanista e pacifista, convinto che la cultura potesse essere la base comune su cui costruire un’unione europea, contrario ad ogni nazionalismo. Esule con l’ascesa del nazismo, prima negli Stati Uniti e poi in Brasile, e infine suicida insieme alla moglie nel 1942 all’apice del nazismo dopo aver scritto il suo ultimo racconto, proprio la Novella degli scacchi. Toccante la sua Dichiarazione d’addio che abbiamo letto insieme, in cui saluta gli amici e il mondo esprimendo riconoscenza e serenità. Alla luce di questa tragica fine, la novella non può che essere letta come una metafora sul tramonto dei valori spirituali e culturali del "mondo di ieri" con il trionfo dei nazisti e l'avvento di nuovi soggetti sociali. Zweig è ritenuto oggi da alcuni critici e storici della letteratura un autore secondario rispetto ai Grandi suoi contemporanei, criticato per uno stile banale e compiacente i gusti del largo pubblico; anche le sue posizioni sono state giudicate da alcuni nostalgiche ed elitarie. Il gruppo non ha però condiviso questi giudizi così negativi. La novella ha influenzato altri autori e produzioni: il romanzo La variante di Lüneburg di Paolo Maurensig, letto e consigliato da una lettrice, deve molto della sua ispirazione alla Novella degli scacchi. Anche il regista Wes Anderson si è ispirato
alle opere di Zweig per creare le atmosfere belle epoque di Gran Budapest Hotel. Nel 1960 Gerd Oswald ha adattato per lo schermo e diretto chachnovelle, tratto dal testo di Zweig. Il film è uscito in Italia con il titolo Scacco alla follia.
Giovedì 5 Luglio 2018, 
ore 18.00-20.00:
Everyman, di Philip Roth 


Pregio innegabile del libro, a parere di tutti, è la bravura di Roth nel trattare una tematica pesante come la mortalità (che attende tutti noi, everyman) con incredibile leggerezza e capacità di conquistare il lettore fino all’ultima pagina del romanzo peraltro poco voluminoso. La storia comincia dalla fine, dal funerale del protagonista, per ricostruirne la vita intensa e piena di eventi e di rapporti, ma povera di relazioni vere, di affetti, di valori: solo e malato, ossessionato e avvilito dalla vecchiaia che non è una battaglia ma un massacro, il protagonista senza nome trema di fronte alla morte incalzante. Roth descrive spietatamente i guasti fisici e psicologici di una vecchiaia non accettata, mettendo a nudo le paure di ognuno, quando si ritrova a pensare seriamente alla morte, e a tracciare un bilancio della propria vita, scoprendo di non aver costruito nulla di importante e di non lasciare di sé alcuna eredità interiore. Forse il messaggio di Roth è proprio questo: lettore, guarda come potresti diventare se commettessi gli stessi errori di everyman, sei ancora in tempo a prendere in mano la tua vita e anche a dare un senso alla tua vecchiaia. O forse il libro, vuol solo essere una amara, cruda riflessione sulla pochezza e meschinità della natura umana. Alcuni passi sono stati particolarmente apprezzati: il dialogo con il becchino con cui il protagonista sembra trovare per la prima volta un rapporto umano vero e toccante, le prime pagine del libro con la scena di forte impatto del funerale. Il libro non è affatto dispiaciuto, nonostante per tutti sia stato una lettura veramente angosciante.

Aspetta primavera, Bandini, di John Fante
   
Raramente capita di trovare unanimità di giudizio positivo su un libro: è accaduto con “Aspetta primavera, Bandini”, da tutti apprezzato per la freschezza e vivacità della scrittura, veloce e leggera, con toni umoristici e a volte sarcastici, efficaci nel rendere anche le situazioni più tragicamente misere della vita familiare dei Bandini in un Colorado innevato e gelido. In particolare è piaciuto ai lettori il coraggio dei personaggi nell’affrontare la vita, la tenacia, il loro rifiuto di arrendersi, perché prima o poi la primavera arriva. Davvero moderno e anticipatore, Fante negli anni ’30 apre la strada alla narrativa americana della beat generation. Chi ha letto altri libri di Fante ha caldamente consigliato tutta la tetralogia, dopo Bandini: La strada per Los Angeles, Chiedi alla polvere (il più famoso), Sogni di Bunker Hill. In questa prima storia suscita tenerezza il giovane Arturo, alter ego di Fante, che alterna il suo punto di vista a quello del padre Svevo, mentre nei successivi libri sarò l’indiscusso, e autobiografico, protagonista. Apprezzati in particolare i dialoghi, le descrizioni della neve in tutte le possibili metafore e paragoni, i ritratti convincenti di tutti i personaggi, anche quelli minori.

ore 20.30-22.30:
Notti bianche, di Fedor Dostoevskij

Questo poetico racconto, scritto da un giovanissimo Dostoevskij, ha toccato tutti i lettori. Il personaggio del sognatore, isolato dalla realtà e da qualsiasi rapporto di amicizia, che cammina tra i palazzi in un’incantata San Pietroburgo rimane impresso nella memoria e colpisce per la sua purezza e intensità di sentimenti. Le pagine sono un condensato di bellezza, nelle descrizioni della città colta nell’atmosfera inquieta delle notti bianche, e di introspezione psicologica, con il flusso di coscienza del sognatore che ci coinvolge nel suo monologo. È piaciuto molto come l’autore racconta l’amore, nella sua essenza e purezza: il sognatore scopre l’amore assoluto, quello che ti porta a essere felice per la felicità di chi si ama, senza desiderare nulla in cambio. E anche solo una scintilla d’amore può bastare per rischiarare un’esistenza. E, in effetti, l’ultima frase del libro è questa: «Dio mio! Un minuto intero di beatitudine! È forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?». Proprio le ultime righe del romanzo in cui il sognatore scrive all’amata Nasten'ka, sono state proposte anche in versione audiolibro, interpretate dalla voce di Fabrizio Bentivoglio. È stato ricordato anche il film di Luchino Visconti, in cui la sensazione
irrealistica del sogno è stata portata all’estremo. Da tutti è stato riconosciuto lo stile altissimo della scrittura, ogni frase è cesellata per descrivere magnificamente l’Amore e la Solitudine. La lettura, o rilettura per molti, è stata intensa e toccante.

L'isola di Arturo, di Elsa Morante
 
Il romanzo ha suscitato emozioni contrastanti tra i lettori. La solitudine di Arturo, la mancanza di affetti e di calore umano hanno toccato e angosciato alcuni, turbati dalla durezza e indifferenza del padre. Per altri è stato emozionante seguire il giovane Arturo che si affaccia alla vita e ne scopre desideri e delusioni. Una lettrice ha interpretato la figura di Arturo, privato di figure genitoriali e di regole, come l’emblema della libertà: Arturo cresce forte e coraggioso, non prova sensi di colpa, fa ciò che vuole. Questo spirito anarchico e libero è molto evidente nel rispetto che Arturo prova verso i carcerati di Terra Murata ed è molto ben espresso dall’autrice nel paragrafo “Contro le madri (e le femmine in genere”). È innegabile la capacità dell’autrice di tratteggiare personaggi e scene indimenticabili che emergono in modo vivido grazie a precise pennellate: Immacolatella, la cagnolina di Arturo, il balio Silvestro, la matrigna adolescente con le sue madonne da distribuire per la casa… Ha colpito molto il sentimento di adorazione di Arturo verso il padre, che viene mitizzato come una creatura divina. Protagonista del romanzo è anche l’isola di Procida, descritta in tutta la sua bellezza e colore ma anche nelle sfumature più cupe e angoscianti.


I LIBRI DI PAGINA21

Giovedì 7 Giugno 2018, 
Persuasione, di Jane Austen
Il romanzo della Austen è piaciuto, se non altro per il suo valore indiscutibile di grande classico, per molti versi anticipatore, opera di una donna che tra Sette e Ottocento ha scelto di vivere sola e del solo suo lavoro di scrittrice. Non è possibile giudicare questo libro senza contestualizzarlo: collocato nel suo secolo, infatti, si alleggerisce di quegli aspetti che per alcuni lettori sono troppo banali o romantici o scontati, e mette invece in luce i suoi punti di forza: la bravura nelle descrizioni psicologiche dei personaggi, l’ironia nella rappresentazione di costumi e comportamenti aristocratici, il coraggio nell’inserire il tema della differenza tra i sessi con battute strepitose come quella di Anne quando afferma che “la penna è sempre stata nelle mani degli uomini”. Pur somigliando molto agli altri libri della Austen ( e riprendendone i temi quali l’orgoglio, il pregiudizio, la ragione e il sentimento), questo si rivela più maturo nello stile, nella compattezza della struttura “circolare” (i personaggi che aprono sono gli stessi che chiudono la storia), nella capacità di penetrazione nei sentimenti delle figure femminili, le più riuscite. Si avverte tuttavia un cambio di ritmo nel finale, troppo affrettato, forse perché l’autrice non ha avuto il tempo di rifinirlo e il libro venne pubblicato postumo. Apprezzato il titolo, Persuasione, che ben rappresenta, come filo conduttore del romanzo, l’intento moraleggiante alla base di certa spocchiosa nobiltà inglese che la Austen si diverte a ridicolizzare.
 
Il libro ha suscitato una accesa discussione tra chi lo ha molto amato e chi lo ha detestato o interrotto per mancato coinvolgimento. La cosa interessante è che le ragioni alla base delle due opposte letture sono sostanzialmente le stesse! Parliamo infatti di struttura quasi tutta dialogata, di stampo teatrale, assenza di voce narrante e di descrizioni o spiegazioni che facilitino il lettore, trama scarna, inserimento di pagine in corsivo che sono di fatto dei monologhi interiori: questi aspetti hanno ostacolato il piacere della lettura per chi li ha trovati faticosi, confusi, perfino irritanti. Gli altri ne hanno invece apprezzato l’originalità e ritengono che Puig abbia intenzionalmente voluto che il lettore si “perdesse” negli scambi tra Valentin e Molina, nelle trame dei film assurdi, nell’alternanza di ricordi, sogni, incubi, scene d’amore e d’amicizia, sottintesi e ambiguità. Un solo elemento è stato criticato da tutti: la pesantezza e il poco senso delle note a piè di pagina in caratteri microscopici. Un punto di forza del libro è invece la profondità e dolcezza del rapporto di amicizia e d’amore tra i due, che si costruisce lentamente nel graduale disvelamento di entrambi, nel loro avvicinarsi e “contaminarsi” reciprocamente fino a fondersi e a non far più capire chi dei due sta parlando. E la scelta stilistica che Puig adotta per ottenere questo risultato consiste nel mettere al centro il POTERE magico e affascinante della NARRAZIONE da parte di Molina che racconta i suoi adorati film proprio per far innamorare Valentin…ma anche il lettore!
 
Il ballo, di Irène Némirovsky
Entusiasmo e apprezzamento pressoché unanime per questo breve capolavoro.
Già dalle prime righe cogliamo la capacità dell’autrice di ritrarre alla perfezione i vari personaggi: con pochi tratti questi emergono dalle pagine e sembra proprio di averli davanti.
Lo stile di scrittura è stato apprezzato da tutti per la perfezione: ogni parola è essenziale, non c’è mai qualcosa di troppo. La lettura è risultata così piacevolissima e abbiamo condiviso il gusto della lettura ad alta voce di alcune pagine; è stato inoltre suggerito l’ascolto della versione in audiolibro.
Un altro grande pregio del libro è l’attualità dei temi trattati, tanto che il libro sembra nostro contemporaneo: l’ipocrisia sociale e le goffe vertigini della ricchezza improvvisata emergono con grande impatto, attraverso scene ben riuscite come la descrizione degli invitati al ballo, la vestizione di Rosine che si carica di gioielli per accoglierli.
La lettura ha suscitato molte emozioni, dal divertimento e godimento alla pena per la rivalità madre-figlia e la crudeltà che segna tutto il loro rapporto. Anche il finale molto amaro ha colpito: Antoinette, attraverso la sua vendetta nei confronti della madre, impara a mentire ed entra nel mondo degli adulti, fatto di risentimento e ambizione.
 
L'affaire Moro, di Leonardo Sciascia.

A 40 anni dal sequestro di Aldo Moro, abbiamo scelto di leggere il saggio che Sciascia scrisse a caldo nel 1978. Quando i politici italiani, nonché i giornalisti, si affannavano a dichiarare che le lettere di Moro dalla prigionia erano opera di un pazzo o comunque prive di valore perché risultanti da una costrizione, Sciascia si azzardò a leggerle, con l’acume e lo scrupolo che sempre aveva verso qualsiasi documento, riuscendo così a ricostruire un’intelaiatura di pensieri, di correlazioni, di fatti. Per alcuni la lettura è stata dirompente, soprattutto per chi non aveva mai approfondito questo tragico episodio della nostra storia e ne serbava un ricordo confuso e incompleto. Le parole di Sciascia, così dirette, hanno colpito nel segno e restituito il clima pesantissimo di quei giorni e la codardia e l’inerzia delle istituzioni, trasmettendo un senso di disgusto, di dispiacere e amarezza sullo stato italiano e suscitando molte domande ancora senza risposte. Chi invece di quel fatto e di quel periodo storico ha avuto, oltre a un vivo ricordo personale, un forte interesse e ha approfondito con altre letture, ha potuto valutare il libro come un saggio ormai anacronistico dal momento che oggi conosciamo molti elementi in più sui fatti. Lo stile così denso, la scrittura complessa e la disamina filologica hanno scuramente reso difficile la lettura per molti e alcuni hanno abbandonato l’impresa.


Giovedì 3 Maggio 2018
L'estate senza uomini di Siri Hustvedt



Questa volta il gruppo ha riservato al libro del mese un’accoglienza un po’ freddina! Nessun lettore si è dichiarato entusiasta, e nemmeno completamente soddisfatto, anzi, da tutti sono pervenute osservazioni critiche e anche molto critiche. Anzitutto il libro è stato giudicato faticoso, slegato, privo di amalgama, di una complessità troppo spesso ostacolante, come se la Hustvedt non sia stata capace di essere una romanziera ma solo un’intellettuale, lasciando ampio spazio alla saggistica e alle riflessioni filosofiche, oppure a una scrittura diaristica frantumata e dispersiva.
Ancora sono stati criticati il finale equivoco, soprattutto perché non dà conto di una vera “rinascita” di Mia, rimasta a metà, e anche la mancanza di profondità con cui sono messi in campo troppi personaggi (le sette ragazze, i cinque Cigni, la famiglia dei vicini…) che il lettore ha difficoltà a seguire, e troppi temi importanti che rimangono solo sfiorati: l’identità, la crisi della coppia, il bullismo, la violenza domestica… La Hustvedt si sforza di evitare la banalità ricorrendo alla sua sterminata erudizione e a uno stile che mescola con ironia poesia e prosa, ma per molti lettori finisce ugualmente per cadere nello stereotipo o nel paternalismo, ad esempio quando ricorre all’appello al lettore. Concludendo la pars destruens, per un nutrito gruppetto di lettori il libro è decisamente non riuscito: qualcuno ha malignamente fatto un confronto con l’ingombrante marito, e qualcun altro ha osservato che gli scrittori americani ostentano cultura perché soffrono di complesso di inferiorità rispetto a noi europei.
Bisogna tuttavia ammettere che alcune parti di questo libro sono assolutamente da salvare: le pagine filosofiche contengono ricchi richiami; il tema del tempo e delle diverse fasi della vita delle donne è un buon filo conduttore; il valore delle relazioni umane è centrale (nel gruppo delle ragazzine, dei Cigni, di Mia e la madre, la figlia, la vicina), il tema della relazione come cura e salvezza è interessante, anche se una lettrice ha definito il libro un Bignami delle relazioni con poco spessore.
Ancora è stato valorizzato il tema della rottura come parallelo a quello del tempo: rottura di un matrimonio, dei rapporti nel gruppo di adolescenti, dell’equilibrio psichico, fino alla rottura definitiva che è la morte. Anche la disomogeneità stilistica, che per la maggioranza è un difetto, a parere di alcune lettrici può essere vista come scelta, finalizzata a rappresentare la complicazione delle vicende umane.
Rimane discordante nel gruppo l’interpretazione di alcuni elementi: il finale con “dissolvenza in nero” è da intendersi come negativo o è una fine neutra? E chi è il signor Nessuno? E i disegnini che corredano il testo cosa significano? Forse l’evoluzione della protagonista Mia, che all’inizio è disperata e chiusa nel recinto-rettangolo, poi ne esce e dall’esterno guarda l’interno vuoto della finestra, e infine si è liberata della cornice e fluttua leggera e nuda.
 
Il giardino di Amelia di Marcela Serrano


Il romanzo della Serrano ha raccolto numerose critiche nella discussione del gruppo ma non sono mancati gli apprezzamenti. Sicuramente si tratta di un’autrice che suscita reazioni nette: chi la ama e chi invece, dopo aver letto altri suoi lavori, ha deciso di non riavvicinarsi più ai suoi libri. Il romanzo è stato considerato molto femminile: al centro della vicenda ci sono 3 donne, Amelia, la cugina Sybil e la figlia Mel, che insieme rappresentano un’immagine di donna forte, coraggiosa, accogliente e “curatrice”, depositaria di valori e di saperi che vengono tramandati di generazione. Proprio l’aspetto della solidarietà al femminile e della sorellanza è stato apprezzato da molti. Per alcuni però proprio questa impronta al femminile rappresenta anche il limite della Serrano: i personaggi maschili sono negativi e poco interessanti, descritti in modo superficiale e stereotipato. Miguel, l’uomo al centro di tutta la vicenda, è descritto come un affascinante e seducente rivoluzionario che poi diventa un elegante uomo di successo e nei punti meno plausibili del romanzo appare come il “bel tenebroso” dei romanzi rosa a cui nessuna donna può resistere. Per alcuni lettori invece il personaggio di Miguel compie un’evoluzione interessante, una crescita personale proprio attraverso il suo intenso rapporto con Amelia: sarà Amelia che con i suoi racconti e meditazioni sulla vita, la condivisione delle pagine dei romanzi e del gusto della lettura, trasmetterà a Miguel un calore e umanità nuovi. L’aspetto considerato più debole del romanzo è il rimanere in superficie, sia nel descrivere le psicologie e le emozioni dei personaggi e le relazioni tra loro, sia nell’affrontare l’aspetto politico della resistenza alla dittatura cilena. Rispetto a questi temi la Serrano è stata messa a confronto a Sepulveda e Isabel Allende, autori cileni considerati molto più efficaci nell’affrontare gli stessi temi. Ben riuscite invece le descrizioni dei paesaggi, molto vivi e intensi, che dipingono una natura ricca e potente. Alcuni lettori hanno poi apprezzato l’ambientazione storica e il fatto di parlare degli effetti di una dittatura militare sulle vite di persone comuni attraverso le pagine di un romanzo. Un’intensa discussione si è accesa sul senso del tradimento di Miguel verso Amelia: è stato più grave far nascondere le armi nella tenuta di Amelia? o scappare nella notte lasciando Amelia sola con la polizia? o forse non interessarsi per molti anni della sorte di Amelia e non immaginarsi le conseguenze? o è più grave ancora la mancanza di riconoscenza verso Amelia? Anche il finale del romanzo ha suscitato reazioni forti: la passione esplosa tra Miguel e Mel per alcuni ha rappresentato la giusta e felice chiusura della vicenda, la riconciliazione con il passato e con il “fantasma” di Amelia; da molti invece è stato considerato banale e poco plausibile, un po’ da  romanzetto rosa. Infine ci si è domandati ragione della traduzione del titolo nell’edizione italiana: il titolo originale “La Novena” risulta molto più evocativo e significativo, alludendo sia al nome della tenuta di Amelia sia alla devozione in memoria dei defunti, tema che torna sia in occasione della morte di Sybil che di Amelia. 


Giovedì 5 aprile 2018
Revolutionary Road, di Richard Yates.

“La riapertura del sipario rivelò i protagonisti in un rapido scorcio di umana desolazione”
“La gente ha smesso di pensare, di provare emozioni, di interessarsi alle cose; nessuno che si appassioni o che creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità”
“Il fatto è che non so chi sei…e se anche lo sapessi temo proprio che non servirebbe a nulla perché, vedi, non so neppure chi sono io…”
“…una scatola di piantine rinsecchite che la signora Givings aveva regalato agli Wheeler , abbandonata in cantina…”
Queste citazioni dal libro, secondo alcuni lettori del gruppo, contengono il messaggio centrale che Yates ci trasmette: il fallimento di un’intera società, quella americana del dopoguerra, il senso di vuoto, di frustrazione, l’ipocrisia, la falsità, il pessimismo totale. Chi ha apprezzato il libro, e sono stati davvero tanti, si è riconosciuto in questa interpretazione, sottolineando la profonda angoscia che la lettura trasmette, in un crescendo di ansia e anche di irritazione nei confronti di quasi tutti i personaggi, nei quali è impossibile identificarsi positivamente.
A proposito della negatività dei personaggi, è stato notato che Yates, con uno stile molto cinematografico, non si spinge mai a giudicare o ad approvare, ma fornisce a noi lettori le chiavi per esprimere un nostro giudizio, che per alcuni è di netto rifiuto e disapprovazione, per altri di pietà o compassione.
Un lettore appassionato di storia ha però ricordato che questo libro non si può capire senza la contestualizzazione (maccartismo, caccia alle streghe…) che diventa la ragione vera per cui i protagonisti fuggono, si chiudono nelle loro casette e nelle loro relazioni fasulle, nel conformismo, nell’abbandono dei valori fondanti del sogno americano. Per questo il quartiere che dà il titolo, Revolutionary Road, allude ironicamente a una strada che è diventata un vicolo cieco. Non a caso l’unico personaggio che lo ha capito è John, il matto, il solo che dice la verità e perciò non può far parte di un mondo che è tutta un’enorme messinscena, come la commedia malriuscita dell’incipit.
E sono proprio le parole di John a far precipitare la storia verso il tragico epilogo (che Yates ha rivelato essere stata la prima cosa da lui scritta, per poi procedere a ritroso nell’intreccio).
Sull’epilogo e sul personaggio di April si è acceso un vero dibattito nel gruppo: la sua decisione di abortire è l’unica decisione dell’intera storia, le altre accadono per caso o comunque sono subìte piuttosto che scelte. D’altronde lo stesso Yates ha detto di aver scritto un libro sull’aborto: uno spettacolo abortito, carriere abortite, sogni abortiti, fino all’aborto reale. Alcuni ritengono egoista la decisione di April, rispetto soprattutto ai figli, altri ribadiscono la sua totale disperazione senza uscita, altri ancora vedono in questo gesto la decisiva rottura della finzione che fino a quel momento aveva caratterizzato la sua vita. Anche sul personaggio di Frank sono state fatte molte osservazioni: sul suo narcisismo, sulla sua meschinità, sull’opportunismo: forse il ritratto più feroce.
Da più parti si è comunque affermato che, pur nella negatività del quadro generale, questo libro è ancora attuale, nel senso che ci costringe a riflettere sul nostro mondo, i nostri rapporti di coppia o amicali, i nostri lati oscuri…insomma innesca un lavoro introspettivo al di là della condivisione o meno del messaggio.
Per ottenere tutto questo Yates ha avuto bisogno di 439 pagine!   che per alcuni sono troppe: infatti c’è chi non ha finito il libro, mentre una sola è stata la stroncatura vera e propria.
Inevitabile il confronto con l’omonimo film: a parere di molti il regista sembra aver usato il libro come sceneggiatura, rispettandone la struttura, i tempi, la trama.
Anche il confronto con i desolanti quadri di Hopper è stato opportunamente proposto da una lettrice, mentre altri, rispondendo a chi ritiene il libro prevalentemente autobiografico, hanno ricordato tanta letteratura americana contemporanea a Yates, altrettanto permeata di pessimismo.


Giovedì 8 marzo 2018
Murakami Haruki, L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

Il libro ha suscitato una vivace discussione, a partire dal livello di gradimento che risulta abbastanza nettamente ripartito tra chi ha molto apprezzato il volume e chi esprime invece perplessità, pur senza arrivare a una stroncatura (formulata da pochissimi). Possiamo dunque individuare i seguenti punti di forza del romanzo: scorrevolezza della scrittura (diversi affermano di averlo "divorato"), scavo interessante nell'intimità del protagonista e nelle percezioni degli altri personaggi, idea di base originale, temi classici e convincenti (amicizia, formazione, adolescenza, morte, viaggio...), ruolo interessante della musica, come spesso nei libri di Murakami.
Chi ha decisamente detestato il libro sostiene di averlo trovato piatto, ripetitivo, prolisso, oppure noioso tanto da rendere faticosa la lettura.
Una buona parte di lettori esprime un giudizio a metà strada, sostenendo la qualità dello stile dell'autore e l'interesse della trama, tuttavia ritiene che purtroppo la stessa trama non riesca a tradursi in una struttura narrativa coesa e coerente, osservando come alcuni passaggi sfuggano o rimangano sospesi o non conclusi (l'amico Haida che scompare, il finale troppo aperto, le contraddizioni vistose dei personaggi...). Questi stessi lettori, d'altra parte, riconoscono la forza di alcune scelte ben riuscite: nomi dei personaggi collegati ai colori, evoluzione di Tsukuru "costruttore di stazioni" ma anche di relazioni, dunque tutt'altro che incolore.
Condivisa è peraltro la riflessione sulla profonda differenza e lontananza delle due culture, orientale e occidentale, tale da ostacolare la comprensione, da parte nostra,di un mondo sconosciuto: la riservatezza-chiusura dei giapponesi, la loro difficoltà ad esprimere sentimenti, il rispetto dell'altro tanto radicato dall'impedire a Tsukuru la richiesta di chiarimenti sul perchè il gruppo lo abbia allontanato.
Qualcuno osserva che potrebbe trattarsi anche di un problema di traduzione, mentre i lettori che più conoscono Murakami affermano che i traduttori italiani dell'autore sono di altissima qualità.
Sempre i lettori che amano particolarmente l'autore giapponese sostengono che fa parte della visione del mondo giapponese l'assenza di linearità, di un inizio e di una fine ben precisati, di una logica stringente: tutte caratteristiche molto occidentali, mentre i giapponesi tendono a vedere la complessità, le contraddizioni della vita, e scavano nei dettagli.