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Pagina21 - Il Gruppo di lettura del Multiplo

Ogni primo giovedì del mese un variegato popolo di lettori si incontra al Multiplo per discutere di uno o più libri scelti insieme e letti nel mese precedente. È il gruppo di lettura Pagina21!

Partecipare a un gruppo di lettura stimola la lettura (anche di storie che all’apparenza non interessano) ed è un buon modo per socializzare e rompere la timidezza mettendosi in gioco. Ci permette inoltre di leggere un libro con gli occhi degli altri perché i componenti del gruppo possono sottolineare cose che uno non ha notato, dare interpretazioni diverse di simbologie o comportamenti dei personaggi, o anche avere opinioni o pareri non affini ai propri.

La formula è semplice: una volta al mese, un libro protagonista viene commentato da un gruppo di appassionati della pagina scritta o di semplici curiosi. Ogni volta è annunciata la lettura del libro successivo. L'ingresso è libero.

Due fasce d'orario per consentire a tutti di ritagliarsi il tempo di partecipare, si può scegliere a quale gruppo patrecipare di volta in volta, in base alla preferenza di orario o di libro scelto.

Giovedì 5 Luglio 2018, 
ore 18.00-20.00:
Everyman, di Philip Roth 

Aspetta primavera, Bandini, di John Fante
   

ore 20.30-22.30:
Notti bianche, di Fedor Dostoevskij


L'isola di Arturo, di Elsa Morante
 


I LIBRI DI PAGINA21

Giovedì 7 Giugno 2018, 
Persuasione, di Jane Austen
Il romanzo della Austen è piaciuto, se non altro per il suo valore indiscutibile di grande classico, per molti versi anticipatore, opera di una donna che tra Sette e Ottocento ha scelto di vivere sola e del solo suo lavoro di scrittrice. Non è possibile giudicare questo libro senza contestualizzarlo: collocato nel suo secolo, infatti, si alleggerisce di quegli aspetti che per alcuni lettori sono troppo banali o romantici o scontati, e mette invece in luce i suoi punti di forza: la bravura nelle descrizioni psicologiche dei personaggi, l’ironia nella rappresentazione di costumi e comportamenti aristocratici, il coraggio nell’inserire il tema della differenza tra i sessi con battute strepitose come quella di Anne quando afferma che “la penna è sempre stata nelle mani degli uomini”. Pur somigliando molto agli altri libri della Austen ( e riprendendone i temi quali l’orgoglio, il pregiudizio, la ragione e il sentimento), questo si rivela più maturo nello stile, nella compattezza della struttura “circolare” (i personaggi che aprono sono gli stessi che chiudono la storia), nella capacità di penetrazione nei sentimenti delle figure femminili, le più riuscite. Si avverte tuttavia un cambio di ritmo nel finale, troppo affrettato, forse perché l’autrice non ha avuto il tempo di rifinirlo e il libro venne pubblicato postumo. Apprezzato il titolo, Persuasione, che ben rappresenta, come filo conduttore del romanzo, l’intento moraleggiante alla base di certa spocchiosa nobiltà inglese che la Austen si diverte a ridicolizzare.
 
Il libro ha suscitato una accesa discussione tra chi lo ha molto amato e chi lo ha detestato o interrotto per mancato coinvolgimento. La cosa interessante è che le ragioni alla base delle due opposte letture sono sostanzialmente le stesse! Parliamo infatti di struttura quasi tutta dialogata, di stampo teatrale, assenza di voce narrante e di descrizioni o spiegazioni che facilitino il lettore, trama scarna, inserimento di pagine in corsivo che sono di fatto dei monologhi interiori: questi aspetti hanno ostacolato il piacere della lettura per chi li ha trovati faticosi, confusi, perfino irritanti. Gli altri ne hanno invece apprezzato l’originalità e ritengono che Puig abbia intenzionalmente voluto che il lettore si “perdesse” negli scambi tra Valentin e Molina, nelle trame dei film assurdi, nell’alternanza di ricordi, sogni, incubi, scene d’amore e d’amicizia, sottintesi e ambiguità. Un solo elemento è stato criticato da tutti: la pesantezza e il poco senso delle note a piè di pagina in caratteri microscopici. Un punto di forza del libro è invece la profondità e dolcezza del rapporto di amicizia e d’amore tra i due, che si costruisce lentamente nel graduale disvelamento di entrambi, nel loro avvicinarsi e “contaminarsi” reciprocamente fino a fondersi e a non far più capire chi dei due sta parlando. E la scelta stilistica che Puig adotta per ottenere questo risultato consiste nel mettere al centro il POTERE magico e affascinante della NARRAZIONE da parte di Molina che racconta i suoi adorati film proprio per far innamorare Valentin…ma anche il lettore!
 
Il ballo, di Irène Némirovsky
Entusiasmo e apprezzamento pressoché unanime per questo breve capolavoro.
Già dalle prime righe cogliamo la capacità dell’autrice di ritrarre alla perfezione i vari personaggi: con pochi tratti questi emergono dalle pagine e sembra proprio di averli davanti.
Lo stile di scrittura è stato apprezzato da tutti per la perfezione: ogni parola è essenziale, non c’è mai qualcosa di troppo. La lettura è risultata così piacevolissima e abbiamo condiviso il gusto della lettura ad alta voce di alcune pagine; è stato inoltre suggerito l’ascolto della versione in audiolibro.
Un altro grande pregio del libro è l’attualità dei temi trattati, tanto che il libro sembra nostro contemporaneo: l’ipocrisia sociale e le goffe vertigini della ricchezza improvvisata emergono con grande impatto, attraverso scene ben riuscite come la descrizione degli invitati al ballo, la vestizione di Rosine che si carica di gioielli per accoglierli.
La lettura ha suscitato molte emozioni, dal divertimento e godimento alla pena per la rivalità madre-figlia e la crudeltà che segna tutto il loro rapporto. Anche il finale molto amaro ha colpito: Antoinette, attraverso la sua vendetta nei confronti della madre, impara a mentire ed entra nel mondo degli adulti, fatto di risentimento e ambizione.
 
L'affaire Moro, di Leonardo Sciascia.

A 40 anni dal sequestro di Aldo Moro, abbiamo scelto di leggere il saggio che Sciascia scrisse a caldo nel 1978. Quando i politici italiani, nonché i giornalisti, si affannavano a dichiarare che le lettere di Moro dalla prigionia erano opera di un pazzo o comunque prive di valore perché risultanti da una costrizione, Sciascia si azzardò a leggerle, con l’acume e lo scrupolo che sempre aveva verso qualsiasi documento, riuscendo così a ricostruire un’intelaiatura di pensieri, di correlazioni, di fatti. Per alcuni la lettura è stata dirompente, soprattutto per chi non aveva mai approfondito questo tragico episodio della nostra storia e ne serbava un ricordo confuso e incompleto. Le parole di Sciascia, così dirette, hanno colpito nel segno e restituito il clima pesantissimo di quei giorni e la codardia e l’inerzia delle istituzioni, trasmettendo un senso di disgusto, di dispiacere e amarezza sullo stato italiano e suscitando molte domande ancora senza risposte. Chi invece di quel fatto e di quel periodo storico ha avuto, oltre a un vivo ricordo personale, un forte interesse e ha approfondito con altre letture, ha potuto valutare il libro come un saggio ormai anacronistico dal momento che oggi conosciamo molti elementi in più sui fatti. Lo stile così denso, la scrittura complessa e la disamina filologica hanno scuramente reso difficile la lettura per molti e alcuni hanno abbandonato l’impresa.


Giovedì 3 Maggio 2018
L'estate senza uomini di Siri Hustvedt



Questa volta il gruppo ha riservato al libro del mese un’accoglienza un po’ freddina! Nessun lettore si è dichiarato entusiasta, e nemmeno completamente soddisfatto, anzi, da tutti sono pervenute osservazioni critiche e anche molto critiche. Anzitutto il libro è stato giudicato faticoso, slegato, privo di amalgama, di una complessità troppo spesso ostacolante, come se la Hustvedt non sia stata capace di essere una romanziera ma solo un’intellettuale, lasciando ampio spazio alla saggistica e alle riflessioni filosofiche, oppure a una scrittura diaristica frantumata e dispersiva.
Ancora sono stati criticati il finale equivoco, soprattutto perché non dà conto di una vera “rinascita” di Mia, rimasta a metà, e anche la mancanza di profondità con cui sono messi in campo troppi personaggi (le sette ragazze, i cinque Cigni, la famiglia dei vicini…) che il lettore ha difficoltà a seguire, e troppi temi importanti che rimangono solo sfiorati: l’identità, la crisi della coppia, il bullismo, la violenza domestica… La Hustvedt si sforza di evitare la banalità ricorrendo alla sua sterminata erudizione e a uno stile che mescola con ironia poesia e prosa, ma per molti lettori finisce ugualmente per cadere nello stereotipo o nel paternalismo, ad esempio quando ricorre all’appello al lettore. Concludendo la pars destruens, per un nutrito gruppetto di lettori il libro è decisamente non riuscito: qualcuno ha malignamente fatto un confronto con l’ingombrante marito, e qualcun altro ha osservato che gli scrittori americani ostentano cultura perché soffrono di complesso di inferiorità rispetto a noi europei.
Bisogna tuttavia ammettere che alcune parti di questo libro sono assolutamente da salvare: le pagine filosofiche contengono ricchi richiami; il tema del tempo e delle diverse fasi della vita delle donne è un buon filo conduttore; il valore delle relazioni umane è centrale (nel gruppo delle ragazzine, dei Cigni, di Mia e la madre, la figlia, la vicina), il tema della relazione come cura e salvezza è interessante, anche se una lettrice ha definito il libro un Bignami delle relazioni con poco spessore.
Ancora è stato valorizzato il tema della rottura come parallelo a quello del tempo: rottura di un matrimonio, dei rapporti nel gruppo di adolescenti, dell’equilibrio psichico, fino alla rottura definitiva che è la morte. Anche la disomogeneità stilistica, che per la maggioranza è un difetto, a parere di alcune lettrici può essere vista come scelta, finalizzata a rappresentare la complicazione delle vicende umane.
Rimane discordante nel gruppo l’interpretazione di alcuni elementi: il finale con “dissolvenza in nero” è da intendersi come negativo o è una fine neutra? E chi è il signor Nessuno? E i disegnini che corredano il testo cosa significano? Forse l’evoluzione della protagonista Mia, che all’inizio è disperata e chiusa nel recinto-rettangolo, poi ne esce e dall’esterno guarda l’interno vuoto della finestra, e infine si è liberata della cornice e fluttua leggera e nuda.
 
Il giardino di Amelia di Marcela Serrano


Il romanzo della Serrano ha raccolto numerose critiche nella discussione del gruppo ma non sono mancati gli apprezzamenti. Sicuramente si tratta di un’autrice che suscita reazioni nette: chi la ama e chi invece, dopo aver letto altri suoi lavori, ha deciso di non riavvicinarsi più ai suoi libri. Il romanzo è stato considerato molto femminile: al centro della vicenda ci sono 3 donne, Amelia, la cugina Sybil e la figlia Mel, che insieme rappresentano un’immagine di donna forte, coraggiosa, accogliente e “curatrice”, depositaria di valori e di saperi che vengono tramandati di generazione. Proprio l’aspetto della solidarietà al femminile e della sorellanza è stato apprezzato da molti. Per alcuni però proprio questa impronta al femminile rappresenta anche il limite della Serrano: i personaggi maschili sono negativi e poco interessanti, descritti in modo superficiale e stereotipato. Miguel, l’uomo al centro di tutta la vicenda, è descritto come un affascinante e seducente rivoluzionario che poi diventa un elegante uomo di successo e nei punti meno plausibili del romanzo appare come il “bel tenebroso” dei romanzi rosa a cui nessuna donna può resistere. Per alcuni lettori invece il personaggio di Miguel compie un’evoluzione interessante, una crescita personale proprio attraverso il suo intenso rapporto con Amelia: sarà Amelia che con i suoi racconti e meditazioni sulla vita, la condivisione delle pagine dei romanzi e del gusto della lettura, trasmetterà a Miguel un calore e umanità nuovi. L’aspetto considerato più debole del romanzo è il rimanere in superficie, sia nel descrivere le psicologie e le emozioni dei personaggi e le relazioni tra loro, sia nell’affrontare l’aspetto politico della resistenza alla dittatura cilena. Rispetto a questi temi la Serrano è stata messa a confronto a Sepulveda e Isabel Allende, autori cileni considerati molto più efficaci nell’affrontare gli stessi temi. Ben riuscite invece le descrizioni dei paesaggi, molto vivi e intensi, che dipingono una natura ricca e potente. Alcuni lettori hanno poi apprezzato l’ambientazione storica e il fatto di parlare degli effetti di una dittatura militare sulle vite di persone comuni attraverso le pagine di un romanzo. Un’intensa discussione si è accesa sul senso del tradimento di Miguel verso Amelia: è stato più grave far nascondere le armi nella tenuta di Amelia? o scappare nella notte lasciando Amelia sola con la polizia? o forse non interessarsi per molti anni della sorte di Amelia e non immaginarsi le conseguenze? o è più grave ancora la mancanza di riconoscenza verso Amelia? Anche il finale del romanzo ha suscitato reazioni forti: la passione esplosa tra Miguel e Mel per alcuni ha rappresentato la giusta e felice chiusura della vicenda, la riconciliazione con il passato e con il “fantasma” di Amelia; da molti invece è stato considerato banale e poco plausibile, un po’ da  romanzetto rosa. Infine ci si è domandati ragione della traduzione del titolo nell’edizione italiana: il titolo originale “La Novena” risulta molto più evocativo e significativo, alludendo sia al nome della tenuta di Amelia sia alla devozione in memoria dei defunti, tema che torna sia in occasione della morte di Sybil che di Amelia. 


Giovedì 5 aprile 2018
Revolutionary Road, di Richard Yates.

“La riapertura del sipario rivelò i protagonisti in un rapido scorcio di umana desolazione”
“La gente ha smesso di pensare, di provare emozioni, di interessarsi alle cose; nessuno che si appassioni o che creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità”
“Il fatto è che non so chi sei…e se anche lo sapessi temo proprio che non servirebbe a nulla perché, vedi, non so neppure chi sono io…”
“…una scatola di piantine rinsecchite che la signora Givings aveva regalato agli Wheeler , abbandonata in cantina…”
Queste citazioni dal libro, secondo alcuni lettori del gruppo, contengono il messaggio centrale che Yates ci trasmette: il fallimento di un’intera società, quella americana del dopoguerra, il senso di vuoto, di frustrazione, l’ipocrisia, la falsità, il pessimismo totale. Chi ha apprezzato il libro, e sono stati davvero tanti, si è riconosciuto in questa interpretazione, sottolineando la profonda angoscia che la lettura trasmette, in un crescendo di ansia e anche di irritazione nei confronti di quasi tutti i personaggi, nei quali è impossibile identificarsi positivamente.
A proposito della negatività dei personaggi, è stato notato che Yates, con uno stile molto cinematografico, non si spinge mai a giudicare o ad approvare, ma fornisce a noi lettori le chiavi per esprimere un nostro giudizio, che per alcuni è di netto rifiuto e disapprovazione, per altri di pietà o compassione.
Un lettore appassionato di storia ha però ricordato che questo libro non si può capire senza la contestualizzazione (maccartismo, caccia alle streghe…) che diventa la ragione vera per cui i protagonisti fuggono, si chiudono nelle loro casette e nelle loro relazioni fasulle, nel conformismo, nell’abbandono dei valori fondanti del sogno americano. Per questo il quartiere che dà il titolo, Revolutionary Road, allude ironicamente a una strada che è diventata un vicolo cieco. Non a caso l’unico personaggio che lo ha capito è John, il matto, il solo che dice la verità e perciò non può far parte di un mondo che è tutta un’enorme messinscena, come la commedia malriuscita dell’incipit.
E sono proprio le parole di John a far precipitare la storia verso il tragico epilogo (che Yates ha rivelato essere stata la prima cosa da lui scritta, per poi procedere a ritroso nell’intreccio).
Sull’epilogo e sul personaggio di April si è acceso un vero dibattito nel gruppo: la sua decisione di abortire è l’unica decisione dell’intera storia, le altre accadono per caso o comunque sono subìte piuttosto che scelte. D’altronde lo stesso Yates ha detto di aver scritto un libro sull’aborto: uno spettacolo abortito, carriere abortite, sogni abortiti, fino all’aborto reale. Alcuni ritengono egoista la decisione di April, rispetto soprattutto ai figli, altri ribadiscono la sua totale disperazione senza uscita, altri ancora vedono in questo gesto la decisiva rottura della finzione che fino a quel momento aveva caratterizzato la sua vita. Anche sul personaggio di Frank sono state fatte molte osservazioni: sul suo narcisismo, sulla sua meschinità, sull’opportunismo: forse il ritratto più feroce.
Da più parti si è comunque affermato che, pur nella negatività del quadro generale, questo libro è ancora attuale, nel senso che ci costringe a riflettere sul nostro mondo, i nostri rapporti di coppia o amicali, i nostri lati oscuri…insomma innesca un lavoro introspettivo al di là della condivisione o meno del messaggio.
Per ottenere tutto questo Yates ha avuto bisogno di 439 pagine!   che per alcuni sono troppe: infatti c’è chi non ha finito il libro, mentre una sola è stata la stroncatura vera e propria.
Inevitabile il confronto con l’omonimo film: a parere di molti il regista sembra aver usato il libro come sceneggiatura, rispettandone la struttura, i tempi, la trama.
Anche il confronto con i desolanti quadri di Hopper è stato opportunamente proposto da una lettrice, mentre altri, rispondendo a chi ritiene il libro prevalentemente autobiografico, hanno ricordato tanta letteratura americana contemporanea a Yates, altrettanto permeata di pessimismo.


Giovedì 8 marzo 2018
Murakami Haruki, L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

Il libro ha suscitato una vivace discussione, a partire dal livello di gradimento che risulta abbastanza nettamente ripartito tra chi ha molto apprezzato il volume e chi esprime invece perplessità, pur senza arrivare a una stroncatura (formulata da pochissimi). Possiamo dunque individuare i seguenti punti di forza del romanzo: scorrevolezza della scrittura (diversi affermano di averlo "divorato"), scavo interessante nell'intimità del protagonista e nelle percezioni degli altri personaggi, idea di base originale, temi classici e convincenti (amicizia, formazione, adolescenza, morte, viaggio...), ruolo interessante della musica, come spesso nei libri di Murakami.
Chi ha decisamente detestato il libro sostiene di averlo trovato piatto, ripetitivo, prolisso, oppure noioso tanto da rendere faticosa la lettura.
Una buona parte di lettori esprime un giudizio a metà strada, sostenendo la qualità dello stile dell'autore e l'interesse della trama, tuttavia ritiene che purtroppo la stessa trama non riesca a tradursi in una struttura narrativa coesa e coerente, osservando come alcuni passaggi sfuggano o rimangano sospesi o non conclusi (l'amico Haida che scompare, il finale troppo aperto, le contraddizioni vistose dei personaggi...). Questi stessi lettori, d'altra parte, riconoscono la forza di alcune scelte ben riuscite: nomi dei personaggi collegati ai colori, evoluzione di Tsukuru "costruttore di stazioni" ma anche di relazioni, dunque tutt'altro che incolore.
Condivisa è peraltro la riflessione sulla profonda differenza e lontananza delle due culture, orientale e occidentale, tale da ostacolare la comprensione, da parte nostra,di un mondo sconosciuto: la riservatezza-chiusura dei giapponesi, la loro difficoltà ad esprimere sentimenti, il rispetto dell'altro tanto radicato dall'impedire a Tsukuru la richiesta di chiarimenti sul perchè il gruppo lo abbia allontanato.
Qualcuno osserva che potrebbe trattarsi anche di un problema di traduzione, mentre i lettori che più conoscono Murakami affermano che i traduttori italiani dell'autore sono di altissima qualità.
Sempre i lettori che amano particolarmente l'autore giapponese sostengono che fa parte della visione del mondo giapponese l'assenza di linearità, di un inizio e di una fine ben precisati, di una logica stringente: tutte caratteristiche molto occidentali, mentre i giapponesi tendono a vedere la complessità, le contraddizioni della vita, e scavano nei dettagli.