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Pagina21 - Il Gruppo di lettura del Multiplo

Ogni primo giovedì del mese un variegato popolo di lettori si incontra al Multiplo per discutere di uno o più libri scelti insieme e letti nel mese precedente. È il gruppo di lettura Pagina21!
Perché Pagina 21? Cosa significa il nome del gruppo? Per entrare a far parte del patrimonio di una biblioteca, ogni libro deve passare attraverso una serie di procedure: inventariazione, catalogazione, timbratura… Ogni libro del Multiplo (e prima ancora della Biblioteca di Cavriago) viene timbrato, per convenzione, alla pagina 21. E così ecco il nome del gruppo dei nostri lettori più fedeli e appassionati.

Partecipare a un gruppo di lettura stimola la lettura (anche di storie che all’apparenza non interessano) ed è un buon modo per socializzare e rompere la timidezza mettendosi in gioco. Ci permette inoltre di leggere un libro con gli occhi degli altri perché i componenti del gruppo possono sottolineare cose che uno non ha notato, dare interpretazioni diverse di simbologie o comportamenti dei personaggi, o anche avere opinioni o pareri non affini ai propri.

La formula è semplice: una volta al mese, un libro protagonista viene commentato da un gruppo di appassionati della pagina scritta o di semplici curiosi. Ogni volta è annunciata la lettura del libro successivo. L'ingresso è libero.

Due fasce d'orario per consentire a tutti di ritagliarsi il tempo di partecipare, si può scegliere a quale gruppo patrecipare di volta in volta, in base alla preferenza di orario o di libro scelto.

PROSSIMO INCONTRO:
Giovedì 6 dicembre 2018.
ore 18.00-20.00
TRE PIANI di Eshkol Nevo

e RIPARARE I VIVENTI di Maylis de Kerangal

ore 20.30-22.30 NON È UN PAESE PER VECCHI di Cormac McCarthy


Giovedì 15 novembre 2018:
ore 18.00-20.00 LA VITA ACCANTO di Mariapia Veladiano 

È la storia di Rebecca, una bambina straordinariamente brutta, rifiutata dalla madre e dal mondo, che tuttavia troverà un suo “posto” nella vita, con l’aiuto di alcune buone amicizie e della musica. Il libro è piaciuto molto alla maggioranza del gruppo, che ha apprezzato questo romanzo al femminile ricco di intensi personaggi come l’amica Lucilla o la maestra Albertina, ma in particolare costruito attorno a Rebecca, che racconta in prima persona la sua storia in una sorta di diario, a distanza di anni dalle vicende accadute.Diversi lettori hanno colto gli spunti autobiografici riferiti al contesto in cui si svolge la storia: la ricca e ipocrita città di Vicenza con il suo fangoso fiume pieno di innominabili segreti sepolti nella melma. In questo quadro, ma soprattutto all’interno di una famiglia che tale non è mai stata, Rebecca paga la sua diversità attraversando l’inferno di una vita marginale (accanto a quella “normale“ degli altri), spesso descritta attraverso metafore che la teologa Veladiano predilige. La stessa Rebecca può essere interpretata come simbolo delle colpe del padre, il personaggio più negativo, inetto, vile. I temi toccati in questo breve ma densissimo libro, sono molteplici: diversità e pregiudizio, famiglia, amicizia, bullismo, verità e apparenza, malattia mentale, rapporto genitori figli… . Ma il tema dominante riguarda la forza di Rebecca e la sua capacità di riscatto che si realizza anche attraverso la musica, sua grande passione e luogo di pace, mezzo di comunicazione, e salvezza da un mondo ostile. Alcuni lettori hanno espresso il loro disagio nei confronti della protagonista e della sua calma rassegnazione, trovando inspiegabile l’accettazione di tanta crudeltà senza nemmeno l’ombra di una reazione, di una ribellione, in un’atmosfera un po’ sospesa, quasi da favola, non realistica: si deve però valutare che il racconto parte dalla fine, dopo aver lasciato passare tempo per sedimentare le esperienze terribili vissute che, in retrospettiva, appaiono più lontane, assorbite, superate. Anche del suo riscatto alcuni lettori sono dubbiosi e vedono piuttosto una piatta solitudine, una vita senza relazioni, senza una vera realizzazione. Per altri invece il messaggio che ci giunge è positivo: Rebecca in fondo ce l’ha fatta, nonostante tutto, nonostante il nido di vipere che è stata la sua famiglia e il contesto atroce in cui è nata, è riuscita a costruirsi la sua vita (accanto a quella degli altri, ma pur sempre vita), fatta di poche buone relazioni e di musica. Ed è vero che non cova rabbia o rancore e neppure odio, perché “L’odio è per chi non capisce”, dice, e lei in fondo ha capito, ha dato risposte a tutti gli enigmi e alle sofferenze dell’infanzia e dell’adolescenza.

VIA DELLE OCHE di Carlo Lucarelli
  
Il commissario De Luca, il personaggio inventato da Lucarelli, è impegnato in questo libro nella sua terza avventura dopo Carta bianca e L’estate torbida ( seguono altri due romanzi: Intrigo italiano e Peccato mortale appena uscito). La prima osservazione che il gruppo ha condiviso è in realtà una nota di perplessità rispetto a un giallo che… ha molto poco del giallo! Infatti Lucarelli ammette di essere esperto e appassionato di storia della polizia fascista, e avrebbe dovuto addirittura laurearsi con una tesi su quell’argomento. In effetti ciò che più interessa Lucarelli è lo sfondo storico che fa da cornice alla vicenda abbastanza scontata e anche prevedibile nel finale: le parti migliori sono proprio quelle in cui il lettore, anche attraverso citazioni puntuali dai giornali d’epoca, si cala direttamente nella Bologna da poco uscita dal fascismo e dalla Liberazione. Il commissario De Luca si delinea più nettamente in questo libro, con i suoi tratti distintivi, le sue ossessioni, la sua pretesa neutralità rispetto al contesto politico incandescente in cui deve operare, e la sua ricerca senza fine della verità, che è l’unico obiettivo a interessargli, come se in lui si potessero scindere l’uomo e il poliziotto. Alcuni lettori del gruppo - che avevano partecipato la settimana precedente alla presentazione di Peccato mortale in Sala del Consiglio - hanno raccontato brevemente la serata, confermando le doti di grande affabulatore (anche televisivo!) che Lucarelli possiede. E tra l’altro hanno avuto la conferma, per sua stessa dichiarazione, che quando scrive una storia gialla, discostandosi dalla regola canonica che vorrebbe che l’autore avesse fin dall’inizio in mente l’epilogo, si lascia invece guidare dai personaggi stessi che gli ispirano la trama… e perciò non sa mai chi è l’assassino e come si concluderà la vicenda.

ore 20.30-22.30  OLIVE KITTERIDGE di Elizabeth Strout

In un angolo del continente nordamericano c'è Crosby, nel Maine: un luogo qualunque che, grazie alla sottile lama dello sguardo della Strout, diviene lo specchio di un mondo più ampio. In questo piccolo villaggio affacciato sull'oceano c'è una donna che regge i fili della storie e delle vite di tutti i suoi concittadini. È Olive Kitteridge, un'insegnante in pensione che, con implacabile e disarmante onestà osserva i segni del tempo moltiplicarsi intorno a lei. Un romanzo dalla struttura originale e complessa: 13 racconti che si incastrano tra loro, col personaggio di Olive a fare da collante. Storie intime, di vite banali e persone comuni in cui improvvisamente la piatta tranquillità si squarcia rivelando pulsioni violente, passioni, dolori e fallimenti. L’impianto del libro dimostra una indubbia maestria dell’autrice che con quest’opera ha vinto il premio Pulitzer nel 2009.Il personaggio di Olive, presenza costante di tutti i racconti, si rivela piano piano attraverso lo sguardo e le parole dei suoi concittadini. Ne emerge un personaggio sfaccettato e imprevedibile, per molti versi sgradevole e di difficile comprensione: burbera, bisbetica, sarcastica, arrogante,  caustica, tormentata, vendicativa, invadente, secondo le parole di alcuni lettori.È stata sicuramente coraggiosa la scelta dell’autrice di far ruotare tutte le storie attorno a una donna tanto complessa e respingente che ci costringe a guardare gli aspetti negativi delle persone e di noi stessi, le piccole meschinità, gli egoismi, i pregiudizi, i rancori mai sopiti, le frustrazioni e delusioni e rimpianti della vita.I lettori si sono divisi sul gradimento di lettura: per alcune lettrici il libro è bellissimo, scritto magistralmente, con incastri perfetti, ricco di spunti di riflessione; queste lettrici entusiaste sono riuscite ad amare Olive nella sua imperfetta ma ricca umanità e vitalità. È stata molto apprezzata la capacità dell’autrice di affondare improvvisamente nel profondo e precipitare in poche righe da una narrazione piana e ordinata a un vortice di complesse pulsioni.Per molti lettori invece la lettura ha rappresentato una sfida difficile: il grigiore, la tristezza delle storie narrate e dei personaggi, l’esito spesso cupo degli episodi, la ricorrenza di temi angoscianti (morte, malattie, separazioni, solitudini, depressioni, suicidi) l’ambiente di provincia appiattito e apatico hanno messo a dura prova la resistenza di molti. Il libro appare un viaggio nel dolore: Olive è una donna ormai anziana che sente l’avvicinarsi della morte e si volta indietro con molti rimpianti. Il finale addolcisce un po’ la cupezza e la drammaticità, ma per alcuni pare poco plausibile e un po’ troppo consolatorio immaginare Olive finalmente grata e felice accanto a un nuovo affetto.Anche la complessità della struttura ha affaticato i lettori per la mancanza di una linea narrativa e di un vero e proprio protagonista; i continui salti temporali, la tendenza a introdurre il lettore già a metà del racconto con l’intento di disorientarlo, per poi costringerlo a ritornare indietro e a collegare i pezzi del puzzle è risultata stancante. In alcuni punti infatti si rischia di perdere il filo, di non raccapezzarsi tra gli episodi, apparentemente scollegati tra loro, e i vari personaggi che a volte compaiono solo per poche pagine e poi scivolano via. Il libro forse richiede un approccio più impegnato rispetto a una semplice lettura e qualche lettore si è infatti ripromesso di riaffrontare il libro per rintracciare le connessioni nascoste e i temi ricorrenti. Per una lettrice il romanzo ha richiamato la struttura di Candido di Voltaire: un personaggio che ci conduce alla ricerca dei mali della condizione umana del mondo per trovare delle risposte filosofiche.


I LIBRI DI PAGINA 21
 
Giovedì 4 ottobre 2018,
ore 18.00-20.00 
L’ARMINUTA di Donatella Di Pietrantonio

L’arminuta, in dialetto abruzzese, è la “ritornata”: una ragazzina di tredici anni che da un giorno all’altro scopre di non essere figlia delle persone con cui è cresciuta, e si trova restituita alla sua vera famiglia. Intorno a questo intreccio doloroso si snoda una storia che ha catturato l’intero gruppo, senza eccezioni, trascinandolo in una lettura (per alcuni rilettura) appassionata e coinvolgente. La discussione ha messo in luce i molti aspetti condivisi dal gruppo: il tema della maternità, da sempre amato dalla scrittrice, della famiglia, della sorellanza, e delle relazioni, che per una lettrice è da porre al centro del romanzo. Con una scrittura secca e dura che non intende sollecitare lacrime facili, l’autrice riesce a tratteggiare personaggi e paesaggi che si imprimono nella memoria del lettore: in particolare apprezzate le figure della sorella Adriana, delle due madri, dell’insegnante, e del fratello Vincenzo, l’unico personaggio maschile con una sua positività. Intenso è stato il dibattito sulle due madri e sul doppio abbandono: per alcuni il messaggio è quello di una forte critica al modello genitoriale materno, per altri invece la protagonista, pur delusa e anche rabbiosa soprattutto verso la madre adottiva, non condanna, non si erge a giudice, ma vuole invece affermare orgogliosamente, di fronte a tanta sofferenza subita, la sua personale rivincita, e raccontare come e dove ha trovato la forza che le ha permesso di sopravvivere e di occupare il suo posto nel mondo, come sembra dirci lo sguardo fermo della ragazzina in copertina. Il libro ha suscitato interessanti confronti e collegamenti con altri libri: a proposito del ruolo di madre si è ricordata la madre come “luogo” della Hustvedt (L’estate senza uomini), le due giovani amiche fanno pensare a L’amica geniale della Ferrante, come pure la figura dell’insegnante; il punto di vista della ragazzina è senz’altro riconducibile alla Kristoff della Trilogia della città di K. (una delle autrici preferite dalla Di Pietrantonio), e l’atmosfera magica di certe pagine ci ha riportato alla Accabadora della Murgia. Il tema dell’educazione come strumento di riscatto è centrale in un recente romanzo suggerito da una lettrice, L’educazione di Tara Westover, la cui protagonista è una ragazza che cresce in una famiglia mormone dell’Idaho. Se proprio si volesse individuare una debolezza ne L’Arminuta si potrebbe dire che il finale lascia il lettore un poco sospeso, in attesa di un seguito: il libro ci dice della protagonista divenuta adulta che in prima persona racconta la sua storia, ma quasi nulla ci dice di Adriana e di cosa ne è stato di lei. Insomma i lettori si aspettano un sequel! Intanto, come consiglio disinteressato e al di fuori delle scelte del Gruppo di lettura, possiamo leggere altri due bellissimi libri della stessa autrice: Bella mia e Mia madre è un fiume.

ore 20.30-22.30
IL BORDO VERTIGINOSO DELLE COSE, di Gianrico Carofiglio

Il romanzo racconta la storia di Enrico Vallesi, in un alternarsi tra passato ambientato nei banchi di scuola e narrato in prima persona, e presente, ambientato a Bari una trentina di anni dopo e narrato in seconda. Una scelta molto particolare quella di dare del tu al lettore, che dovrebbe trascinare dentro il libro e dentro il personaggio, ma che suona un po’ bizzarra e forzata. Enrico da giovane era un liceale come tanti, un po' solitario, con una grande passione per la scrittura e per la musica. La sua vita cambia quando nella classe arriva Salvatore, un ragazzo più grande, già bocciato due volte, e politicamente impegnato, che un giorno decide di insegnare a Enrico a difendersi contro gli attacchi dei bulli. È lo stesso Salvatore che trent'anni dopo viene ucciso durante una rapina a mano armata e che riporta Enrico a Bari, in cerca di qualcosa, di un passato rimasto in sospeso che non gli permette di vivere il presente. L’Enrico adulto è uno scrittore di successo che non riesce più a scrivere, con una vita sentimentale disastrata e un senso di insoddisfazione che non riesce a placare. Il romanzo può essere letto come romanzo di formazione, ma anche come romanzo sulla crisi di mezza età. Il libro ha suscitato reazioni variegate, dalla stroncatura netta all’apprezzamento entusiasta. Molti lettori hanno complessivamente apprezzato la lettura pur sottolineando alcune criticità e debolezze dell’opera. Il protagonista è risultato un po’ indigesto per le sue “paturnie”, il suo monologo interiore, la serrata introspezione e il suo lasciarsi vivere nell’ombra. L’autore ci conduce infatti nel vortice interiore di Enrico fatto di ansie e domande continue che lo bloccano in uno stato di paralisi. Sono state maggiormente apprezzate alcune figure secondarie, come Celeste, carismatica e affascinante insegnate di filosofia, o l’amica Stefania, coraggiosa e grintosa, o il pescatore che vive con saggezza. Il finale aperto lascia intravvedere la possibilità di superare questa crisi esistenziale e in generale è stato apprezzato, proprio per lo spiraglio positivo. Al di là della vicenda narrata, molto ampia è la componente descrittiva del romanzo: Enrico torna nella sua città, Bari, e la riscopre attraverso i ricordi da cui si lascia guidare. L’autore inserisce, oltre a belle pagine descrittive, molte dissertazioni su vari argomenti: dalla storia della filosofia, attraverso le lezioni di Celeste, alle tecniche di combattimento e difesa, insegnate da Salvatore. E molte citazioni da libri, dischi, poesie. Per alcuni lettori questo aspetto ha arricchito il romanzo, è come se l’autore volesse condividere generosamente con il lettore tutto ciò che per lui è importante; altri lettori hanno invece mal digerito questo apparato di contenuti un po’ auto compiaciuti e fini a se stessi, che spezzano la narrazione. Solo sul finale si scopre l’origine e la spiegazione del titolo del romanzo, che è parte di una frase di Robert Browning: ‘A noi interessa il bordo pericoloso (vertiginoso?) delle cose’. Forse Carofiglio intende con questa citazione rimandare al vivere sospeso tra passato e presente di Enrico? O è forse riferito all’affacciarsi di emozioni forti come la passione, la gelosia, la pulsione alla violenza che Enrico ha vissuto in quei pochi mesi attraverso le sue relazioni con Salvatore e Celeste e di cui ha paura? O è l’oscillare tra incoscienza e coraggio?


Giovedì 6 settembre 2018,
ore 18.00-20.00
Il minotauro, di Benjamin Tammuz
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Una spy story? Un libro d’amore? Un romanzo epistolare? Impossibile classificare quest’opera, che presenta una struttura narrativa originale a mosaico e una mescolanza di stili e di voci narranti. La vicenda vede protagonista un agente segreto segretamente innamorato di una ragazza, l’evolversi del loro rapporto in un amore platonico fatto solo di scambi epistolari, due rivali in amore da controllare ed arginare. Il libro è stato apprezzato da quasi da tutti i lettori, con sfumature e intensità diverse. Per alcuni, gli aspetti più riusciti sono proprio l’originalità dell’impianto narrativo con le vicende narrate da quattro personaggi, l’imprevedibilità degli sviluppi e la struttura ben congegnata: si rimane coinvolti e incuriositi di sapere come andrà a finire. Per altri invece l’aspetto più apprezzato è stato lo stile di scrittura, in particolare la capacità evocativa delle descrizioni che trasmettono un forte legame con la terra natale e il bacino del Mediterraneo: sapori, profumi e colori sono resi vivi in pagine toccanti. Apprezzato anche l’aspetto romantico: il rapporto che si instaura negli anni tra i due personaggi solo attraverso le lettere è molto intenso e testimonia la forza e il potere della mente. Il libro ha lasciato anche alcune perplessità: perché sono riportati tutti i punti di vista, tranne quello femminile di Thea? La figura dell’agente e il suo amore idealizzato hanno lasciato inoltre in alcune lettrici un senso di disagio, per l’aspetto ossessivo e malato di questa passione che lo porta agire come uno “stalker”. Abbiamo convenuto però che il libro, scritto nel 1980 e pubblicato in Italia nel 1997, va contestualizzato nella sua epoca storica quando il concetto di stalking non esisteva neppure. La lettura ha lasciato in molti un senso di tristezza e di angoscia, per un amore non realizzato che si cristallizza in un desiderio impossibile d’amore, perché destinato a rimanere platonico, se deve conservare la perfezione (non a caso lei si chiama Thea =dea). Il libro ha ricevuto una sola stroncatura netta da parte di chi lo ha trovato troppo forzato, una costruzione piuttosto cervellotica e poco coinvolgente intorno a un amore tanto idealizzato quanto poco passionale, perché non vissuto. Tra i temi affrontati dal libro, anche l'emigrazione degli ebrei in Palestina, la ricerca della cultura trasversale che lega i Paesi dell'area mediterranea e l’amore per la musica e l’arte che unisce tutti i personaggi in una dimensione superiore. Molto presente è infatti la dimensione mistica e simbolica che pervade il libro: ad esempio la suddivisione in tre cerchi concentrici rappresentanti una conoscenza sempre più intima dell'essenza della musica (e dell’amore?); la figura del minotauro che dà il titolo al libro e in cui si identifica il protagonista, un mostro violento e distruttore, ma anche una vittima sacrificale predestinata.

ore 20.30-22.30
Quel che resta del giorno, di Kazuo Ishiguro
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Il romanzo ruota attorno al senso dell'esistenza di Mr. Stevens, un irreprensibile e perfezionista maggiordomo inglese.Attraverso le vicende principali della sua vita, raccontate da lui stesso durante un viaggio, si viene a conoscenza delle sue idee sulla dignitá di un uomo, sulla democrazia, sull'amore, sulla partecipazione, sulla professionalitá. Nelle ultime pagine del libro, e all'interno di qualche pensiero mal celato, Mr. Stevens ammette di aver completamente frainteso il concetto di dignitá che aveva preso a modello, rendendo di fatto la sua esistenza completamente priva di senso. Il primo impatto per alcuni lettori è stato difficile, di noia e pesantezza: il racconto inizia infatti con toni lenti, quasi apatici e la narrazione è tutta incentrata sulle osservazioni estenuanti e pedanti del vecchio maggiordomo. Piano piano la realtà asettica e incolore filtrata attraverso il racconto di Stevens inizia a incrinarsi e si intravedono tiepidi i colori dei sentimenti umani, così ben repressi e nascosti dietro al "dovere" e al ruolo di perfetto maggiordomo. Man mano che l'orizzonte si amplia, grazie al ricordo di episodi del passato riguardanti il padre, Miss Kenton e l’antico padrone Lord Darlington, si è acceso l’interesse nella lettura e la comprensione della personalità di Stevens e del reale significato del suo viaggio attraverso la campagna inglese per incontrare Miss Kenton. Quasi tutti i lettori sono quindi arrivati al finale profondamente coinvolti, più vicini al protagonista che sembra capire, ormai troppo tardi, d’aver sprecato il suo tempo ed essersi negato la felicità personale per servire un aristocratico che ha sbagliato il lato della storia schierandosi a favore della Germania nazista. La grigia esistenza di Mr. Stevens, apparentemente insignificante, ha suscitato un ricco confronto nel gruppo, con tante analisi e ipotesi. Forse perché lo stile del racconto gioca proprio sul “non detto”, sul celare gli aspetti più sinceri delle emozioni che scorrono sotto traccia e non sono mai affrontate direttamente. L’apparente distacco, il comunicare omettendo le reali emozioni e pensieri caratterizzano innanzittutto il nostro protagonista, un uomo che attraverso il viaggio in auto, compie un viaggio dentro se stesso ripercorrendo la propria vita. Il libro ci ha fatto immergere completamente in un’atmosfera british: paesaggi brumosi, rigide convenzioni e formalità, rispetto delle tradizioni, sottile ironia che pervade certi dialoghi, stile impeccabile e linguaggio forbito. Abbiamo anche ipotizzato che l’autore abbia così ben descritto la devozione assoluta verso il lavoro e l’annullamento personale di Stevens dietro una perenne maschera anche in virtù della sua cultura d’origine giapponese. Il libro e lo stesso Stevens si prestano a differenti interpretazioni ed ipotesi sul possibile finale, lasciato un po’ sospeso. Prevale comunque la sensazione di un dolore rimosso, di un ulteriore e immutabile rinvio e di un ritorno alla vita consueta, a fedele servizio del nuovo padrone. La lettura ha trasmesso in tutti amarezza e malinconia, un senso di rimpianto e rammarico per quello che non si è vissuto, per le occasioni non colte. In nome di un senso del dovere maniacale, preoccupato di trovare nella "dignità" professionale il senso della sua vita, Mr. Stevens scopre, quando del giorno resta solo la sera, la bellezza struggente di un amore perduto. Nel complesso il libro è stato apprezzato anche se non si è trattato di una lettura semplice perché richiede una contestualizzazione: Stevens, che ai nostri occhi moderni può apparire grottesco nel suo essere ingessato e fresso, è il riflesso di una società molto lontana da noi, costruita su rigide gerarchie e su un sistema di valori molto diverso. Abbiamo infine condiviso l’idea che la forza e la bellezza di leggere e partecipare a un gruppo di lettura è proprio il restare coinvolti e discutere insieme della vita a partire dalle vicende di personaggi lontanissimi da noi e dai nostri interessi. L’autore Kazuo Ishiguro ha vinto il Premio Nobel per la letteratura 2017 e la motivazione dell’Accademia Svedese conferma le nostre impressioni: «Ishiguro con i suoi romanzi dalla grande forza emotiva ha svelato l’abisso sotto il nostro illusorio senso di connessione con il mondo».


Giovedì 2 Agosto 2018, 
ore 18.00-20.00:
Rivoglio la mia vita, di Veronica de Laurentiis
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Per la prima volta il gruppo delle ore 18.00 si è cimentato in una autobiografia: storia vera, documentata anche dalle carte processuali, di Veronica De Laurentiis, figlia di Dino e di Silvana Mangano, cresciuta in un mondo ovattato ma privo di affetti, timidissima e sola, quasi vittima predestinata di diverse figure di carnefici che non ne hanno avuto pietà, in una perfida spirale senza uscita, a partire dai genitori stessi per arrivare agli uomini che segnarono la sua vita con la loro violenza e crudeltà. Tutti i lettori hanno apprezzato il coraggio e la forza con cui Veronica ha scelto di raccontare questa tragica storia, riuscendo anche a far condannare il marito che aveva abusato delle due figliolette. Oltretutto la tremenda vicenda è una prova lampante che dimostra come la violenza sulle donne attraversi tutte le situazioni e classi sociali, anche quelle più “insospettabili” quale potrebbe essere la famosa famiglia del cinema italiano. Tuttavia, a parere unanime del gruppo, diverse ragioni e perplessità fanno sì che il libro non sia piaciuto o comunque sia stato ritenuto non convincente dal punto di vista narrativo: il racconto non cattura, non si crea empatia tra la narratrice e i lettori che rimangono come distaccati, freddi, probabilmente perché la qualità della scrittura (coautrice è Anne Strick) non é elevata e lo stile è abbastanza scadente, forse anche perché si tratta di traduzione dall’inglese. Molto accesa è stata la discussione sulla “veridicità” della storia che, pur essendo certa, durante la lettura è stata spesso messa in dubbio dal lettore che ne coglieva la paradossalità, l’eccesso, l’incredibilità…pur nella consapevolezza che le storie di violenza sulle donne (vedi caso Asia Argento) suscitano sempre reazioni simili. Non ci sono pagine particolari da segnalare, se non alcune efficaci descrizioni di Silvana Mangano, come quella in cui è mollemente adagiata sul letto e copre la lampada con una sciarpa di chiffon. Le perplessità maggiori del gruppo riguardano il finale del libro, ovvero quella sorta di lieto fine in cui Veronica riprende in mano la sua vita…grazie a un uomo! Quello giusto, stavolta!? Ma tutti noi in verità ci saremmo attesi una rinascita personale di ben altro genere, una presa di coscienza di Veronica indipendentemente da qualsiasi marito, perciò un epilogo tanto banale è sembrato povero anche come messaggio conclusivo.
 
ore 20.30-22.30:
La novella degli scacchi, di Stefan Sweig
Copertina anteriore
Le pagine, poche ma molto intense, della novella hanno regalato una vertigine a tutti i lettori. La tensione si mantiene costante per tutta la lettura e tutti siamo stati catturati dall’enigmatico dottor B. e dal racconto della sua esperienza di estrema resistenza. Si procede catturati nella lettura proprio per scoprire e comprendere come sia riuscito a salvarsi dalla prigionia e dalla pazzia e, contemporaneamente, per seguire la sfida a scacchi con l’avversario, il campione professionista grezzo e ignorante. Alcune pagine sono state talmente apprezzate per l’efficacia e la forza stilistica che le abbiamo condivise leggendole ad alta voce. In particolare la pagina in cui il dottor B., prigioniero e isolato dal mondo da mesi, ruba dalla tasca della giacca di uno degli ufficiali un libro che contiene centocinquanta memorabili partite di scacchi disputate dai più forti giocatori del mondo. Molto intensa e angosciante anche la pagina in cui è descritta la prigionia del dottor B. in una stanza d'albergo in cui non c’è assolutamente nulla, dove l'unico contatto con il mondo esterno era scandito dai periodici interrogatori. Questo metodo raffinato di tortura psicologica a cui è sottoposto il dottor B. è un aspetto del nazismo che non ci era conosciuto e ci ha molto impressionato. L’autore ha inserito nella breve novella davvero molti temi, con un equilibrio mirabile: l’oppressione, il potere dei libri e degli scacchi (e quindi dell’intelletto e della cultura) come strumento di salvezza ed evasione, l’acuta e moderna analisi psicologica dei personaggi, la descrizione perfetta di uno stato di paranoia, la contrapposizione simbolica tra due uomini che incarnano due visioni del mondo opposte. Zweig racconta e descrive tutta questa complessità con grande chiarezza, con un linguaggio preciso e uno stile piano e apparentemente semplice. Abbiamo ripercorso la storia personale di Zweig, scrittore e intellettuale austriaco di enorme successo, ebreo, europeista, umanista e pacifista, convinto che la cultura potesse essere la base comune su cui costruire un’unione europea, contrario ad ogni nazionalismo. Esule con l’ascesa del nazismo, prima negli Stati Uniti e poi in Brasile, e infine suicida insieme alla moglie nel 1942 all’apice del nazismo dopo aver scritto il suo ultimo racconto, proprio la Novella degli scacchi. Toccante la sua Dichiarazione d’addio che abbiamo letto insieme, in cui saluta gli amici e il mondo esprimendo riconoscenza e serenità. Alla luce di questa tragica fine, la novella non può che essere letta come una metafora sul tramonto dei valori spirituali e culturali del "mondo di ieri" con il trionfo dei nazisti e l'avvento di nuovi soggetti sociali. Zweig è ritenuto oggi da alcuni critici e storici della letteratura un autore secondario rispetto ai Grandi suoi contemporanei, criticato per uno stile banale e compiacente i gusti del largo pubblico; anche le sue posizioni sono state giudicate da alcuni nostalgiche ed elitarie. Il gruppo non ha però condiviso questi giudizi così negativi. La novella ha influenzato altri autori e produzioni: il romanzo La variante di Lüneburg di Paolo Maurensig, letto e consigliato da una lettrice, deve molto della sua ispirazione alla Novella degli scacchi. Anche il regista Wes Anderson si è ispirato
alle opere di Zweig per creare le atmosfere belle epoque di Gran Budapest Hotel. Nel 1960 Gerd Oswald ha adattato per lo schermo e diretto chachnovelle, tratto dal testo di Zweig. Il film è uscito in Italia con il titolo Scacco alla follia.
Giovedì 5 Luglio 2018, 
ore 18.00-20.00:
Everyman, di Philip Roth 


Pregio innegabile del libro, a parere di tutti, è la bravura di Roth nel trattare una tematica pesante come la mortalità (che attende tutti noi, everyman) con incredibile leggerezza e capacità di conquistare il lettore fino all’ultima pagina del romanzo peraltro poco voluminoso. La storia comincia dalla fine, dal funerale del protagonista, per ricostruirne la vita intensa e piena di eventi e di rapporti, ma povera di relazioni vere, di affetti, di valori: solo e malato, ossessionato e avvilito dalla vecchiaia che non è una battaglia ma un massacro, il protagonista senza nome trema di fronte alla morte incalzante. Roth descrive spietatamente i guasti fisici e psicologici di una vecchiaia non accettata, mettendo a nudo le paure di ognuno, quando si ritrova a pensare seriamente alla morte, e a tracciare un bilancio della propria vita, scoprendo di non aver costruito nulla di importante e di non lasciare di sé alcuna eredità interiore. Forse il messaggio di Roth è proprio questo: lettore, guarda come potresti diventare se commettessi gli stessi errori di everyman, sei ancora in tempo a prendere in mano la tua vita e anche a dare un senso alla tua vecchiaia. O forse il libro, vuol solo essere una amara, cruda riflessione sulla pochezza e meschinità della natura umana. Alcuni passi sono stati particolarmente apprezzati: il dialogo con il becchino con cui il protagonista sembra trovare per la prima volta un rapporto umano vero e toccante, le prime pagine del libro con la scena di forte impatto del funerale. Il libro non è affatto dispiaciuto, nonostante per tutti sia stato una lettura veramente angosciante.

Aspetta primavera, Bandini, di John Fante
   
Raramente capita di trovare unanimità di giudizio positivo su un libro: è accaduto con “Aspetta primavera, Bandini”, da tutti apprezzato per la freschezza e vivacità della scrittura, veloce e leggera, con toni umoristici e a volte sarcastici, efficaci nel rendere anche le situazioni più tragicamente misere della vita familiare dei Bandini in un Colorado innevato e gelido. In particolare è piaciuto ai lettori il coraggio dei personaggi nell’affrontare la vita, la tenacia, il loro rifiuto di arrendersi, perché prima o poi la primavera arriva. Davvero moderno e anticipatore, Fante negli anni ’30 apre la strada alla narrativa americana della beat generation. Chi ha letto altri libri di Fante ha caldamente consigliato tutta la tetralogia, dopo Bandini: La strada per Los Angeles, Chiedi alla polvere (il più famoso), Sogni di Bunker Hill. In questa prima storia suscita tenerezza il giovane Arturo, alter ego di Fante, che alterna il suo punto di vista a quello del padre Svevo, mentre nei successivi libri sarò l’indiscusso, e autobiografico, protagonista. Apprezzati in particolare i dialoghi, le descrizioni della neve in tutte le possibili metafore e paragoni, i ritratti convincenti di tutti i personaggi, anche quelli minori.

ore 20.30-22.30:
Notti bianche, di Fedor Dostoevskij

Questo poetico racconto, scritto da un giovanissimo Dostoevskij, ha toccato tutti i lettori. Il personaggio del sognatore, isolato dalla realtà e da qualsiasi rapporto di amicizia, che cammina tra i palazzi in un’incantata San Pietroburgo rimane impresso nella memoria e colpisce per la sua purezza e intensità di sentimenti. Le pagine sono un condensato di bellezza, nelle descrizioni della città colta nell’atmosfera inquieta delle notti bianche, e di introspezione psicologica, con il flusso di coscienza del sognatore che ci coinvolge nel suo monologo. È piaciuto molto come l’autore racconta l’amore, nella sua essenza e purezza: il sognatore scopre l’amore assoluto, quello che ti porta a essere felice per la felicità di chi si ama, senza desiderare nulla in cambio. E anche solo una scintilla d’amore può bastare per rischiarare un’esistenza. E, in effetti, l’ultima frase del libro è questa: «Dio mio! Un minuto intero di beatitudine! È forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?». Proprio le ultime righe del romanzo in cui il sognatore scrive all’amata Nasten'ka, sono state proposte anche in versione audiolibro, interpretate dalla voce di Fabrizio Bentivoglio. È stato ricordato anche il film di Luchino Visconti, in cui la sensazione
irrealistica del sogno è stata portata all’estremo. Da tutti è stato riconosciuto lo stile altissimo della scrittura, ogni frase è cesellata per descrivere magnificamente l’Amore e la Solitudine. La lettura, o rilettura per molti, è stata intensa e toccante.

L'isola di Arturo, di Elsa Morante
 
Il romanzo ha suscitato emozioni contrastanti tra i lettori. La solitudine di Arturo, la mancanza di affetti e di calore umano hanno toccato e angosciato alcuni, turbati dalla durezza e indifferenza del padre. Per altri è stato emozionante seguire il giovane Arturo che si affaccia alla vita e ne scopre desideri e delusioni. Una lettrice ha interpretato la figura di Arturo, privato di figure genitoriali e di regole, come l’emblema della libertà: Arturo cresce forte e coraggioso, non prova sensi di colpa, fa ciò che vuole. Questo spirito anarchico e libero è molto evidente nel rispetto che Arturo prova verso i carcerati di Terra Murata ed è molto ben espresso dall’autrice nel paragrafo “Contro le madri (e le femmine in genere”). È innegabile la capacità dell’autrice di tratteggiare personaggi e scene indimenticabili che emergono in modo vivido grazie a precise pennellate: Immacolatella, la cagnolina di Arturo, il balio Silvestro, la matrigna adolescente con le sue madonne da distribuire per la casa… Ha colpito molto il sentimento di adorazione di Arturo verso il padre, che viene mitizzato come una creatura divina. Protagonista del romanzo è anche l’isola di Procida, descritta in tutta la sua bellezza e colore ma anche nelle sfumature più cupe e angoscianti.


I LIBRI DI PAGINA21

Giovedì 7 Giugno 2018, 
Persuasione, di Jane Austen
Il romanzo della Austen è piaciuto, se non altro per il suo valore indiscutibile di grande classico, per molti versi anticipatore, opera di una donna che tra Sette e Ottocento ha scelto di vivere sola e del solo suo lavoro di scrittrice. Non è possibile giudicare questo libro senza contestualizzarlo: collocato nel suo secolo, infatti, si alleggerisce di quegli aspetti che per alcuni lettori sono troppo banali o romantici o scontati, e mette invece in luce i suoi punti di forza: la bravura nelle descrizioni psicologiche dei personaggi, l’ironia nella rappresentazione di costumi e comportamenti aristocratici, il coraggio nell’inserire il tema della differenza tra i sessi con battute strepitose come quella di Anne quando afferma che “la penna è sempre stata nelle mani degli uomini”. Pur somigliando molto agli altri libri della Austen ( e riprendendone i temi quali l’orgoglio, il pregiudizio, la ragione e il sentimento), questo si rivela più maturo nello stile, nella compattezza della struttura “circolare” (i personaggi che aprono sono gli stessi che chiudono la storia), nella capacità di penetrazione nei sentimenti delle figure femminili, le più riuscite. Si avverte tuttavia un cambio di ritmo nel finale, troppo affrettato, forse perché l’autrice non ha avuto il tempo di rifinirlo e il libro venne pubblicato postumo. Apprezzato il titolo, Persuasione, che ben rappresenta, come filo conduttore del romanzo, l’intento moraleggiante alla base di certa spocchiosa nobiltà inglese che la Austen si diverte a ridicolizzare.
 
Il libro ha suscitato una accesa discussione tra chi lo ha molto amato e chi lo ha detestato o interrotto per mancato coinvolgimento. La cosa interessante è che le ragioni alla base delle due opposte letture sono sostanzialmente le stesse! Parliamo infatti di struttura quasi tutta dialogata, di stampo teatrale, assenza di voce narrante e di descrizioni o spiegazioni che facilitino il lettore, trama scarna, inserimento di pagine in corsivo che sono di fatto dei monologhi interiori: questi aspetti hanno ostacolato il piacere della lettura per chi li ha trovati faticosi, confusi, perfino irritanti. Gli altri ne hanno invece apprezzato l’originalità e ritengono che Puig abbia intenzionalmente voluto che il lettore si “perdesse” negli scambi tra Valentin e Molina, nelle trame dei film assurdi, nell’alternanza di ricordi, sogni, incubi, scene d’amore e d’amicizia, sottintesi e ambiguità. Un solo elemento è stato criticato da tutti: la pesantezza e il poco senso delle note a piè di pagina in caratteri microscopici. Un punto di forza del libro è invece la profondità e dolcezza del rapporto di amicizia e d’amore tra i due, che si costruisce lentamente nel graduale disvelamento di entrambi, nel loro avvicinarsi e “contaminarsi” reciprocamente fino a fondersi e a non far più capire chi dei due sta parlando. E la scelta stilistica che Puig adotta per ottenere questo risultato consiste nel mettere al centro il POTERE magico e affascinante della NARRAZIONE da parte di Molina che racconta i suoi adorati film proprio per far innamorare Valentin…ma anche il lettore!
 
Il ballo, di Irène Némirovsky
Entusiasmo e apprezzamento pressoché unanime per questo breve capolavoro.
Già dalle prime righe cogliamo la capacità dell’autrice di ritrarre alla perfezione i vari personaggi: con pochi tratti questi emergono dalle pagine e sembra proprio di averli davanti.
Lo stile di scrittura è stato apprezzato da tutti per la perfezione: ogni parola è essenziale, non c’è mai qualcosa di troppo. La lettura è risultata così piacevolissima e abbiamo condiviso il gusto della lettura ad alta voce di alcune pagine; è stato inoltre suggerito l’ascolto della versione in audiolibro.
Un altro grande pregio del libro è l’attualità dei temi trattati, tanto che il libro sembra nostro contemporaneo: l’ipocrisia sociale e le goffe vertigini della ricchezza improvvisata emergono con grande impatto, attraverso scene ben riuscite come la descrizione degli invitati al ballo, la vestizione di Rosine che si carica di gioielli per accoglierli.
La lettura ha suscitato molte emozioni, dal divertimento e godimento alla pena per la rivalità madre-figlia e la crudeltà che segna tutto il loro rapporto. Anche il finale molto amaro ha colpito: Antoinette, attraverso la sua vendetta nei confronti della madre, impara a mentire ed entra nel mondo degli adulti, fatto di risentimento e ambizione.
 
L'affaire Moro, di Leonardo Sciascia.

A 40 anni dal sequestro di Aldo Moro, abbiamo scelto di leggere il saggio che Sciascia scrisse a caldo nel 1978. Quando i politici italiani, nonché i giornalisti, si affannavano a dichiarare che le lettere di Moro dalla prigionia erano opera di un pazzo o comunque prive di valore perché risultanti da una costrizione, Sciascia si azzardò a leggerle, con l’acume e lo scrupolo che sempre aveva verso qualsiasi documento, riuscendo così a ricostruire un’intelaiatura di pensieri, di correlazioni, di fatti. Per alcuni la lettura è stata dirompente, soprattutto per chi non aveva mai approfondito questo tragico episodio della nostra storia e ne serbava un ricordo confuso e incompleto. Le parole di Sciascia, così dirette, hanno colpito nel segno e restituito il clima pesantissimo di quei giorni e la codardia e l’inerzia delle istituzioni, trasmettendo un senso di disgusto, di dispiacere e amarezza sullo stato italiano e suscitando molte domande ancora senza risposte. Chi invece di quel fatto e di quel periodo storico ha avuto, oltre a un vivo ricordo personale, un forte interesse e ha approfondito con altre letture, ha potuto valutare il libro come un saggio ormai anacronistico dal momento che oggi conosciamo molti elementi in più sui fatti. Lo stile così denso, la scrittura complessa e la disamina filologica hanno scuramente reso difficile la lettura per molti e alcuni hanno abbandonato l’impresa.


Giovedì 3 Maggio 2018
L'estate senza uomini di Siri Hustvedt



Questa volta il gruppo ha riservato al libro del mese un’accoglienza un po’ freddina! Nessun lettore si è dichiarato entusiasta, e nemmeno completamente soddisfatto, anzi, da tutti sono pervenute osservazioni critiche e anche molto critiche. Anzitutto il libro è stato giudicato faticoso, slegato, privo di amalgama, di una complessità troppo spesso ostacolante, come se la Hustvedt non sia stata capace di essere una romanziera ma solo un’intellettuale, lasciando ampio spazio alla saggistica e alle riflessioni filosofiche, oppure a una scrittura diaristica frantumata e dispersiva.
Ancora sono stati criticati il finale equivoco, soprattutto perché non dà conto di una vera “rinascita” di Mia, rimasta a metà, e anche la mancanza di profondità con cui sono messi in campo troppi personaggi (le sette ragazze, i cinque Cigni, la famiglia dei vicini…) che il lettore ha difficoltà a seguire, e troppi temi importanti che rimangono solo sfiorati: l’identità, la crisi della coppia, il bullismo, la violenza domestica… La Hustvedt si sforza di evitare la banalità ricorrendo alla sua sterminata erudizione e a uno stile che mescola con ironia poesia e prosa, ma per molti lettori finisce ugualmente per cadere nello stereotipo o nel paternalismo, ad esempio quando ricorre all’appello al lettore. Concludendo la pars destruens, per un nutrito gruppetto di lettori il libro è decisamente non riuscito: qualcuno ha malignamente fatto un confronto con l’ingombrante marito, e qualcun altro ha osservato che gli scrittori americani ostentano cultura perché soffrono di complesso di inferiorità rispetto a noi europei.
Bisogna tuttavia ammettere che alcune parti di questo libro sono assolutamente da salvare: le pagine filosofiche contengono ricchi richiami; il tema del tempo e delle diverse fasi della vita delle donne è un buon filo conduttore; il valore delle relazioni umane è centrale (nel gruppo delle ragazzine, dei Cigni, di Mia e la madre, la figlia, la vicina), il tema della relazione come cura e salvezza è interessante, anche se una lettrice ha definito il libro un Bignami delle relazioni con poco spessore.
Ancora è stato valorizzato il tema della rottura come parallelo a quello del tempo: rottura di un matrimonio, dei rapporti nel gruppo di adolescenti, dell’equilibrio psichico, fino alla rottura definitiva che è la morte. Anche la disomogeneità stilistica, che per la maggioranza è un difetto, a parere di alcune lettrici può essere vista come scelta, finalizzata a rappresentare la complicazione delle vicende umane.
Rimane discordante nel gruppo l’interpretazione di alcuni elementi: il finale con “dissolvenza in nero” è da intendersi come negativo o è una fine neutra? E chi è il signor Nessuno? E i disegnini che corredano il testo cosa significano? Forse l’evoluzione della protagonista Mia, che all’inizio è disperata e chiusa nel recinto-rettangolo, poi ne esce e dall’esterno guarda l’interno vuoto della finestra, e infine si è liberata della cornice e fluttua leggera e nuda.
 
Il giardino di Amelia di Marcela Serrano


Il romanzo della Serrano ha raccolto numerose critiche nella discussione del gruppo ma non sono mancati gli apprezzamenti. Sicuramente si tratta di un’autrice che suscita reazioni nette: chi la ama e chi invece, dopo aver letto altri suoi lavori, ha deciso di non riavvicinarsi più ai suoi libri. Il romanzo è stato considerato molto femminile: al centro della vicenda ci sono 3 donne, Amelia, la cugina Sybil e la figlia Mel, che insieme rappresentano un’immagine di donna forte, coraggiosa, accogliente e “curatrice”, depositaria di valori e di saperi che vengono tramandati di generazione. Proprio l’aspetto della solidarietà al femminile e della sorellanza è stato apprezzato da molti. Per alcuni però proprio questa impronta al femminile rappresenta anche il limite della Serrano: i personaggi maschili sono negativi e poco interessanti, descritti in modo superficiale e stereotipato. Miguel, l’uomo al centro di tutta la vicenda, è descritto come un affascinante e seducente rivoluzionario che poi diventa un elegante uomo di successo e nei punti meno plausibili del romanzo appare come il “bel tenebroso” dei romanzi rosa a cui nessuna donna può resistere. Per alcuni lettori invece il personaggio di Miguel compie un’evoluzione interessante, una crescita personale proprio attraverso il suo intenso rapporto con Amelia: sarà Amelia che con i suoi racconti e meditazioni sulla vita, la condivisione delle pagine dei romanzi e del gusto della lettura, trasmetterà a Miguel un calore e umanità nuovi. L’aspetto considerato più debole del romanzo è il rimanere in superficie, sia nel descrivere le psicologie e le emozioni dei personaggi e le relazioni tra loro, sia nell’affrontare l’aspetto politico della resistenza alla dittatura cilena. Rispetto a questi temi la Serrano è stata messa a confronto a Sepulveda e Isabel Allende, autori cileni considerati molto più efficaci nell’affrontare gli stessi temi. Ben riuscite invece le descrizioni dei paesaggi, molto vivi e intensi, che dipingono una natura ricca e potente. Alcuni lettori hanno poi apprezzato l’ambientazione storica e il fatto di parlare degli effetti di una dittatura militare sulle vite di persone comuni attraverso le pagine di un romanzo. Un’intensa discussione si è accesa sul senso del tradimento di Miguel verso Amelia: è stato più grave far nascondere le armi nella tenuta di Amelia? o scappare nella notte lasciando Amelia sola con la polizia? o forse non interessarsi per molti anni della sorte di Amelia e non immaginarsi le conseguenze? o è più grave ancora la mancanza di riconoscenza verso Amelia? Anche il finale del romanzo ha suscitato reazioni forti: la passione esplosa tra Miguel e Mel per alcuni ha rappresentato la giusta e felice chiusura della vicenda, la riconciliazione con il passato e con il “fantasma” di Amelia; da molti invece è stato considerato banale e poco plausibile, un po’ da  romanzetto rosa. Infine ci si è domandati ragione della traduzione del titolo nell’edizione italiana: il titolo originale “La Novena” risulta molto più evocativo e significativo, alludendo sia al nome della tenuta di Amelia sia alla devozione in memoria dei defunti, tema che torna sia in occasione della morte di Sybil che di Amelia. 


Giovedì 5 aprile 2018
Revolutionary Road, di Richard Yates.

“La riapertura del sipario rivelò i protagonisti in un rapido scorcio di umana desolazione”
“La gente ha smesso di pensare, di provare emozioni, di interessarsi alle cose; nessuno che si appassioni o che creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità”
“Il fatto è che non so chi sei…e se anche lo sapessi temo proprio che non servirebbe a nulla perché, vedi, non so neppure chi sono io…”
“…una scatola di piantine rinsecchite che la signora Givings aveva regalato agli Wheeler , abbandonata in cantina…”
Queste citazioni dal libro, secondo alcuni lettori del gruppo, contengono il messaggio centrale che Yates ci trasmette: il fallimento di un’intera società, quella americana del dopoguerra, il senso di vuoto, di frustrazione, l’ipocrisia, la falsità, il pessimismo totale. Chi ha apprezzato il libro, e sono stati davvero tanti, si è riconosciuto in questa interpretazione, sottolineando la profonda angoscia che la lettura trasmette, in un crescendo di ansia e anche di irritazione nei confronti di quasi tutti i personaggi, nei quali è impossibile identificarsi positivamente.
A proposito della negatività dei personaggi, è stato notato che Yates, con uno stile molto cinematografico, non si spinge mai a giudicare o ad approvare, ma fornisce a noi lettori le chiavi per esprimere un nostro giudizio, che per alcuni è di netto rifiuto e disapprovazione, per altri di pietà o compassione.
Un lettore appassionato di storia ha però ricordato che questo libro non si può capire senza la contestualizzazione (maccartismo, caccia alle streghe…) che diventa la ragione vera per cui i protagonisti fuggono, si chiudono nelle loro casette e nelle loro relazioni fasulle, nel conformismo, nell’abbandono dei valori fondanti del sogno americano. Per questo il quartiere che dà il titolo, Revolutionary Road, allude ironicamente a una strada che è diventata un vicolo cieco. Non a caso l’unico personaggio che lo ha capito è John, il matto, il solo che dice la verità e perciò non può far parte di un mondo che è tutta un’enorme messinscena, come la commedia malriuscita dell’incipit.
E sono proprio le parole di John a far precipitare la storia verso il tragico epilogo (che Yates ha rivelato essere stata la prima cosa da lui scritta, per poi procedere a ritroso nell’intreccio).
Sull’epilogo e sul personaggio di April si è acceso un vero dibattito nel gruppo: la sua decisione di abortire è l’unica decisione dell’intera storia, le altre accadono per caso o comunque sono subìte piuttosto che scelte. D’altronde lo stesso Yates ha detto di aver scritto un libro sull’aborto: uno spettacolo abortito, carriere abortite, sogni abortiti, fino all’aborto reale. Alcuni ritengono egoista la decisione di April, rispetto soprattutto ai figli, altri ribadiscono la sua totale disperazione senza uscita, altri ancora vedono in questo gesto la decisiva rottura della finzione che fino a quel momento aveva caratterizzato la sua vita. Anche sul personaggio di Frank sono state fatte molte osservazioni: sul suo narcisismo, sulla sua meschinità, sull’opportunismo: forse il ritratto più feroce.
Da più parti si è comunque affermato che, pur nella negatività del quadro generale, questo libro è ancora attuale, nel senso che ci costringe a riflettere sul nostro mondo, i nostri rapporti di coppia o amicali, i nostri lati oscuri…insomma innesca un lavoro introspettivo al di là della condivisione o meno del messaggio.
Per ottenere tutto questo Yates ha avuto bisogno di 439 pagine!   che per alcuni sono troppe: infatti c’è chi non ha finito il libro, mentre una sola è stata la stroncatura vera e propria.
Inevitabile il confronto con l’omonimo film: a parere di molti il regista sembra aver usato il libro come sceneggiatura, rispettandone la struttura, i tempi, la trama.
Anche il confronto con i desolanti quadri di Hopper è stato opportunamente proposto da una lettrice, mentre altri, rispondendo a chi ritiene il libro prevalentemente autobiografico, hanno ricordato tanta letteratura americana contemporanea a Yates, altrettanto permeata di pessimismo.


Giovedì 8 marzo 2018
Murakami Haruki, L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

Il libro ha suscitato una vivace discussione, a partire dal livello di gradimento che risulta abbastanza nettamente ripartito tra chi ha molto apprezzato il volume e chi esprime invece perplessità, pur senza arrivare a una stroncatura (formulata da pochissimi). Possiamo dunque individuare i seguenti punti di forza del romanzo: scorrevolezza della scrittura (diversi affermano di averlo "divorato"), scavo interessante nell'intimità del protagonista e nelle percezioni degli altri personaggi, idea di base originale, temi classici e convincenti (amicizia, formazione, adolescenza, morte, viaggio...), ruolo interessante della musica, come spesso nei libri di Murakami.
Chi ha decisamente detestato il libro sostiene di averlo trovato piatto, ripetitivo, prolisso, oppure noioso tanto da rendere faticosa la lettura.
Una buona parte di lettori esprime un giudizio a metà strada, sostenendo la qualità dello stile dell'autore e l'interesse della trama, tuttavia ritiene che purtroppo la stessa trama non riesca a tradursi in una struttura narrativa coesa e coerente, osservando come alcuni passaggi sfuggano o rimangano sospesi o non conclusi (l'amico Haida che scompare, il finale troppo aperto, le contraddizioni vistose dei personaggi...). Questi stessi lettori, d'altra parte, riconoscono la forza di alcune scelte ben riuscite: nomi dei personaggi collegati ai colori, evoluzione di Tsukuru "costruttore di stazioni" ma anche di relazioni, dunque tutt'altro che incolore.
Condivisa è peraltro la riflessione sulla profonda differenza e lontananza delle due culture, orientale e occidentale, tale da ostacolare la comprensione, da parte nostra,di un mondo sconosciuto: la riservatezza-chiusura dei giapponesi, la loro difficoltà ad esprimere sentimenti, il rispetto dell'altro tanto radicato dall'impedire a Tsukuru la richiesta di chiarimenti sul perchè il gruppo lo abbia allontanato.
Qualcuno osserva che potrebbe trattarsi anche di un problema di traduzione, mentre i lettori che più conoscono Murakami affermano che i traduttori italiani dell'autore sono di altissima qualità.
Sempre i lettori che amano particolarmente l'autore giapponese sostengono che fa parte della visione del mondo giapponese l'assenza di linearità, di un inizio e di una fine ben precisati, di una logica stringente: tutte caratteristiche molto occidentali, mentre i giapponesi tendono a vedere la complessità, le contraddizioni della vita, e scavano nei dettagli.